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Ecco come vive un “quarantenato”: a Corigliano-Rossano (ad oggi) ce ne sono 129

Contatti sociali zero. La spesa? Si lascia sull’uscio di casa e anche i rifiuti. Nello Jonio cosentino ci sono al momento 413 persone che vivono questa condizione

Tra contatti stretti, casi e inadempienti, in tutta l’area ionica, una delle più colpite dall’emergenza coronavirus dell’intera Calabria (del resto questa è una terra di forte migrazione), ad oggi ci sono 413 quarantenati: 129 nella sola Corigliano-Rossano. Sono tutte persone o che sono rientrate dal Nord, o che hanno avuto contatti con soggetti positivi al Covid, oppure che sono loro stesse contagiate (asintomatiche o paucisintomatiche) e si stanno curando all’interno delle loro case.

Proprio ieri sera, abbiamo appreso che gli infetti conclamati (quelli che si sanno) nella neapolis ionica sono – per il momento – 39 (34 se si escludono tre decessi e due guarigioni). Un numero sicuramente consistente ma che – come hanno tenuto a precisare il sindaco Stasi e anche la stessa Asp – non deve lasciare spazio a grandi preoccupazioni perché sarebbero tutti casi circoscritti, di cui si conosce “il caso indice” (cioè i primi soggetti che hanno trasmesso il virus) e, a loro volta, erano già tutti sottoposti in quarantena domiciliare. Ciò significa che nel periodo di incubazione del virus non hanno avuto contatti con nessuno fuori dalla cerchia stretta della famiglia. Alcuni di questi sarebbero stati ancora più previdenti, rimanendo in completo stato di autoisolamento.

Ma che significa stare in quarantena? Chi sorveglia e controlla? Chi si prende cura di queste persone che per almeno 14 giorni devono rimanere chiuse in casa? Beh, in queste settimane un gran lavoro in tal senso lo stanno compiendo le forze dell’ordine (dalla polizia locale ai carabinieri, passando per commissariato e guardia di finanza) ma anche tutta la truppa dei volontari chiamati a raccolta dal Comune per attuare il grande piano di prevenzione anti contagio. Che quotidianamente controllano l’attuazione delle prescrizioni.

Noi vi parliamo di quella che è la prassi ma nessuno, in realtà, è a conoscenza se qualcuno dei quarantenati (che sono tanti) abbia mai eluso il suo impegno morale e civile di rimanere chiuso in casa, con il rischio di infettare altri soggetti. I numeri ed i casi, al momento, ci dicono di no. Tant’è che non ci sono focolai esterni alle cerchie di contatti stretti avuti dagli infettati (diversamente, invece, da quanto accaduto ad Oriolo).

La prassi, dunque, impone a chi è in regime di quarantena a stare “tappato” in casa. E come fa questa gente a sopravvivere per due settimane senza, ad esempio, fare la spesa? È qui che scatta il protocollo sociale che spesso viene attuato dai familiari (ovviamente quelli non contagiati) ed in altri casi dalla macchina della Protezione civile. La spesa viene fatta, appunto, dalle persone terze che sono fuori dal nucleo casalingo dei contagi e lasciata davanti alla porta di casa, in modo da evitare ogni contatto diretto.

Così come anche la raccolta dei rifiuti segue – secondo procedura straordinaria indicata dal dipartimento Ambiente della Regione Calabria – un suo iter. In questi giorni di emergenza, infatti, chiunque è sottoposto a quarantena (sintomatici, paucisintomatici e asintomatici) non rispettano gli indirizzi della differenziata. Tutti i rifiuti finiscono in un solo sacchetto che deve essere smaltito nell’indifferenziata. Questo per evitare il diffondersi del virus che, come ci hanno spiegato gli esperti in queste settimane, può sopravvivere anche sugli oggetti (e quindi anche sui rifiuti); e quelli differenziati – si sa – vengono manipolati nella fase di separazione non solo dalle macchine ma anche dagli uomini.

Insomma, rimanere in quarantena obbligata non è semplice, ma rispettando poche, semplici ed essenziali regole si può evitare di far deflagrare la bomba del contagio di massa.  Nel frattempo, siamo tutti con loro… vicini per superare, insieme, questo tsunami

mar.lef.


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