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Violenza e diritto di scegliere: le donne raccontano il parto

violenza«Il mio parto è stata una violenza, è stato un parto non rispettato. C’era bisogno di posti letto in ospedale, sono stata sottoposta a delle manovre senza consenso. Sono stata legata, ho subito delle lacerazioni e delle conseguenze sia per me che per mia figlia… A causa di una eccessiva medicalizzazione è stata messa a rischio la vita di mia figlia e ne siamo usciti tutti traumatizzati. Sono tante le procedure sanitarie inutili in una gravidanza fisiologica…». Sono solo alcune delle testimonianze di donne che hanno trovato il coraggio e la forza di raccontare il percorso nascita attraverso le loro esperienze. Storie di parto che aprono gli occhi sulle tante difficoltà che le mamme incontrano durante la gravidanza.

I vari racconti sono stati raccolti nel video “In Calabria le donne raccontano la nascita” dopo un’indagine conoscitiva sul percorso nascita, iniziata nel 2015 e realizzata dal collegio delle ostetriche di Cosenza e Reggio Calabria a cui hanno partecipato 962 donne. Il video è stato presentato a Rende nel corso del convegno dal titolo “Il diritto della donna di partorire nel luogo che ritiene più sicuro”, organizzato dall’Associazione per l’infanzia e l’adolescenza “Gianni Rodari” in collaborazione con l’Associazione “Dall’ostetrica”. «Il diritto delle donne a scegliere il luogo e le circostanze del parto è un percorso iniziato nel 2014. E ha portato alla realizzazione della proposta di legge regionale che testimonia quanto sia importante per le madri scegliere il luogo del parto.

DALLA CALABRIA NASCE LA BATTAGLIA PER DARE LA POSSIBILITA’ DI DECIDERE IL LUOGO DEL PARTO

La possibilità di raccontare oggi il nostro impegno – ha spiegato Monica Zinno, presidente dell’associazione Infanzia e Adolescenza “Gianni Rodari” – nel percorso di promozione di una legge che in molti paesi d’Europa è già realtà, così come in alcune regioni d’Italia, riteniamo sia un passo obbligato per avvicinare la nostra regione agli standard di quelle più all’avanguardia colmando il gap che, a volte, si crea nell’ambito delle politiche sociali e sanitarie. Lasciar nascere invece che far nascere è il principio fondamentale di questa proposta di legge, lo spirito, la ratio che coincide con ciò che le donne desiderano». Proprio dalla Calabria è nata la battaglia per dare alle donne la possibilità di decidere il luogo del parto e i trattamenti ai quali essere sottoposti.

E da questa regione parte ora la richiesta di dotare di una legge regionale sul parto in casa anche le altre regioni del Sud Italia. Ecco perché a Rende si sono ritrovati tutti i rappresentanti dei collegi delle ostetriche di tutta Italia, la carovana dei camper Rosa (la postazione mobile delle mamme volontarie del Lazio impegnate per una sana cultura della maternità), le associazioni dei genitori del Meridione e i comitati nazionali, regionali che si schierano a favore di questa battaglia. Da Bolzano a Lecce, da Roma a Siracusa, dall’Aquila a Reggio Calabria: le varie associazioni (la Goccia Magica, la Leche League Italia, Aquamarina, l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, Rinascere al naturale, Comitato buona nascita e tante altre) hanno portato la propria testimonianza e raccontato il lavoro che svolgono sui territori.

VIOLENZA OSTETRICA, AL SUD LE DONNE SONO DISORIENTATE

Mentre nelle regioni del Sud le «donne sono disorientate e viene meno la libera scelta della donna di vivere il parto in modo naturale», a Bolzano «le donne hanno diritto a un rimborso di 500 euro per il parto in casa». Le donne calabresi chiedono strutture più rispettose del percorso nascita e di essere protagoniste rispetto alla gestione del proprio parto. «Invece troppo spesso ogni donna – sostiene Monica Zinno – deve fare i conti con la frettolosità, la standardizzazione vivendo una serie di imposizioni che vanno dai farmaci somministrati alle manovre non consentite e abusate». La Regione Calabria ha imposto la chiusura dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno. Ora, attraverso la proposta di legge regionale, si chiede «di favorire la trasformazione di centri nascita piccoli destinati alla chiusura in case di maternità».

La proposta di legge regionale n.240/10^ ha avuto il via libera della Commissione Sanità, presieduta da Michele Mirabello. «È stata approvata all’unanimità dopo mille difficoltà. Ora manca solo l’ultima tappa in consiglio regionale per l’approvazione definitiva – ha sottolineato il consigliere regionale Carlo Guccione -. È un percorso che permette di far fare un salto di qualità alla sanità calabrese, nonostante gli intoppi e le penalizzazioni dovute al fatto che siamo ancora in una fase di commissariamento. La chiusura dei punti nascita ha concentrato tutto negli ospedali senza un aumento però dei posti letto e del personale facendo venire meno i bisogni delle donne». «Oggi non possiamo più sperare nei consultori che sono stati ridotti a zero. Siamo migliorati, ma la Calabria continua a mantenere un alto tasso di mortalità.

IL PIANO DI RIENTRO HA FATTO TUTTO TRANNE CHE UMANIZZARE IL PARTO

Abbiamo creato dei “partifici” dove al centro di tutta questa medicalizzazione non c’è più la donna, ma tutta un’organizzazione di tipo economico. Il Piano di rientro ha fatto tutto tranne che umanizzare il parto visto anche lo scarso numero di medici e di personale sanitario. Le professionalità però nella nostra terra non mancano e siamo ancora nelle condizioni di ripartire per rendere il parto un evento naturale». È quanto ha dichiarato Gianfranco Scarpelli, direttore del Dipartimento materno-infantile all’ospedale di Cosenza.

I DATI

Il 93,5% delle donne non ha potuto scegliere la posizione del parto; il contatto pelle a pelle dopo il parto avviene solo nel 58% dei casi. Molte in Calabria vengono sottoposte al parto cesareo. «L’Italia (36%) si piazza al secondo posto dopo Cipro (54%) per record di cesarei. Dobbiamo invertire questa tendenza che può essere fermata dando alle donna la possibilità di scegliere. Il processo di medicalizzazione del parto tra l’altro ha ormai creato un conflitto insanabile tra le professioni». Ad affermarlo Sandra Morano, ginecologa genovese e fondatrice del primo centro nascita intraospedaliero in Italia. Un centro dove alla sicurezza e all’assistenza medica viene affiancata l’assistenza personalizzata, la familiarità. «Se si agisse nel rispetto della fisiologia si potrebbe avere un abbattimento almeno del 50% dei parti cesarei».

Ne è convinto l’epidemiologo Michele Grandolfo, già dirigente di ricerca dell’Iss. «L’eccesso di induzione (34% dei casi) ad esempio può essere la causa di interventi inappropriati che poi portano al cesareo, ormai diventato un’abitudine. Tante sono le criticità emerse dall’indagine epidemiologica condotta nelle Asp di Reggio Calabria e Cosenza. C’è tanto da fare per mettere da parte i luoghi comuni: servono campagne di informazione sulle linee guida e raccomandazioni riguardo il percorso nascita. Oggi c’è un modestissimo coinvolgimento dei consultori familiari e delle ostetriche nell’assistenza alle donne in gravidanza (7%). E l’80% delle donne desidera ricevere una visita domiciliare nelle prime settimane dopo il parto».

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