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Il nuovo Vescovo Satriano ai fedeli: “E’ nell’amore il nostro sogno di felicità”

bacio-terrasatriano-carceresatrianosatriano-cattedraleE’ bello e gioioso essere qui con voi, sorelle e fratelli di Rossano-Cariati, per vivere insieme un’altra avventura di Chiesa.
Oggi il Signore ci chiama a rispondere con generosità al Suo appello d’Amore, e con il Suo sguardo colmo di fiducia per tutti noi ci esorta ad essere ambasciatori di speranza con la vita, non solo per la nostra Chiesa ma per tutto il mondo.
Saluto con affetto grande ciascuno di voi che, prendendo parte a questa celebrazione, ha accettato la sfida del sacrificio, del viaggio, ma anche la gioia della condivisione, della relazione con tanti, della preghiera comune. Saluto con voi le Sorelle Clarisse e Agostiniane dei nostri monasteri di clausura che ci accompagnano con la preghiera e il dono della loro vita. Un abbraccio a tutti gli ammalati, i carcerati e le persone lontane che non possono essere qui: Dio benedica tutti voi.
Desidero esprimere filiale gratitudine a Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Salvatore Nunnari, nostro Metropolita, per aver voluto accettare l’invito a porre, nel gesto della consegna del pastorale, quel segno di continuità da cui iniziare a camminare insieme, nella gratitudine verso un passato che sempre è da riscoprire, come benedizione e luce per il presente.
Rivolgo un sentito e cordiale saluto a S.E. Mons. Santo Marcianò, mio predecessore nell’episcopato, che sento vicino e raccomando insieme con voi al Signore per il nuovo e delicato ministero affidatogli, e al caro e mai dimenticato S.E. Mons. Antonio Cantisani. Eccellenza, rivolgendomi a Lei con affetto filiale, desidero abbracciare col cuore tutti i pastori, che negli ultimi decenni di storia, hanno donato la loro vita a servizio di questa amata Chiesa: S.E. Mons. Serafino Sprovieri, che ho sentito e ci accompagna con la sua paterna preghiera, e S.E. Mons. Cassone, sepolto in questa Cattedrale, che dal cielo intercede per noi.
Non da ultimo, esprimo affetto riconoscente, sicuro di interpretare i sentimenti di ciascuno, a Mons. Antonio De Simone che ringrazio per il bello e simpatico indirizzo di saluto ma soprattutto per la saggezza con cui ha saputo reggere le redini di questo cammino ecclesiale nei lunghi mesi di attesa: grazie don Antonio, dal profondo del cuore.
E’ da questa storia fatta di volti, di luoghi, di relazioni che nascono quei percorsi di chiesa che fanno maturare frutti gustosi e colmi di grazia come le due figure episcopali di S. E. Mons. Francesco Milito, che è qui con noi e che saluto con affetto, e di S.E. Mons. Luigi Renzo, impossibilitato ad essere qui, che ringrazio per la vicinanza espressa.
La Parola di Dio ci viene incontro e illumina questa assemblea conviviale divenendo nutrimento per il cammino che ci apprestiamo a riprendere insieme.
L’odierna liturgia ci offre la più alta celebrazione dell’Amore di Dio che dev’essere posto al vertice della nostra scala di valori e, amato “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente” (Mt. 22,37).
E’ Lui la fonte, la realtà sorgiva del nostro esistere di uomini e di credenti. Tutta la vita dev’essere protesa verso di Lui pena il vuoto, il non senso, l’inquietudine, il baratro.
Con slancio sublime, il salmo 17 afferma: “Ti amo, Signore, mia forza, … mia roccia … mio Dio, mia rupe in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo”.
Questo non è un amore alienante; non è una relazione priva di concretezza; non è un impoverire la vita umana per orientarla verso un orizzonte aleatorio e consolante.
Nel rispondere alla domanda provocatoria, Gesù va al fondamento della vita del credente citando anzitutto lo Shema‘ Jisra’el, il comandamento che il credente ebreo ripeteva e ancora oggi ripete tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5), aggiungendo: “Questo è il grande e primo comandamento”.
Ma il Cristo va oltre e accosta al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Egli mette in evidenza che amore di Dio e amore del prossimo sono in una relazione profonda tra loro, non l’uno senza l’altro, non alternativi, bensì complementari.
E’ qui l’originalità della risposta di Gesù che non sta nel semplice riaffermare la priorità dell’amore di Dio su tutte le cose ma l’aver reso “simile” l’amore del prossimo all’amore verso Dio: “Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt. 22,39).
Rispondendo così, sembra che Gesù abbia deviato la risposta alla domanda postagli su quale fosse il più grande comandamento. Egli, in realtà, consegna al dottore della Legge un unico nuovo comandamento, mantiene in unità le due forme d’amore che sono l’una il richiamo dell’altra.
Miei cari fratelli e sorelle quest’affermazione di Gesù è semplicemente meravigliosa: non si può amare Dio se non si ama ciò che Egli ama.
Gesù è deciso nell’aprire uno squarcio di novità e nel fare sintesi tra ciò che era l’insegnamento della Legge mosaica (amare Dio come realtà prima ed assoluta) e quanto affermano i Profeti dell’Antico Testamento (l’amore del fratello, della sorella, del povero).
Sarà l’Apostolo Giovanni a riprendere questo testo esplicitando con chiarezza nella sua prima lettera: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21).
Il nostro camminare insieme verso l’incontro con Dio incomincia proprio dal nostro incontrare e amare i fratelli.
E’ qui il compito a casa per tutti noi, che ci diciamo discepoli di Cristo: rendere vivo e operante nella nostra vita quanto abbiamo ascoltato.
Del resto, la prima lettura tratta dal Libro dell’Esodo, ci fa cogliere come già nella cultura veterotestamentaria si sentisse forte l’esigenza dell’amore del prossimo “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, … Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, … Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio … Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle … Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso» (Es 22,20-26).
Parole forti. Esse delineano un chiaro pensiero che mette al centro la persona con le sue esigenze e i suoi bisogni, e che pone come riferimento ultimo Dio e il suo amore per l’uomo: potremmo definirlo un “umanesimo teocentrico” per usare una parola difficile ma efficace.
Tempo fa qualcuno affermava erroneamente “Se Dio esiste l’uomo è nulla” (J.P. Sartre).
Forse è vero il contrario e cioè che solo riscoprendo Dio al centro del nostro esistere credente e sociale, riusciamo a valorizzare la persona.
L’uomo che viene amato, non si ritrova naufrago e schiavo di altri esseri umani o, ancor peggio, delle stesse cose.
D’altro canto è pur vero che facilmente si parli di amore per Dio; spesso la nostra religiosità intimistica e devozionale, ci porta a godere di un facile rapporto con Lui tutto proteso a forme esteriori, spesso ricche di sentimento, di affetto ma vuote di un reale ascolto della Sua volontà che non porta ad una vita obbediente alla Sua Parola.
Se così fosse il rapporto con Dio è esposto al rischio dell’idolatria, Dio viene ridotto ad un oggetto del nostro amore e ci ritroviamo ad amare un’immagine di Dio che noi abbiamo plasmato, un idolo, e non il Dio vivente che si è rivelato a noi in Cristo Gesù.
Carissimi, ecco la sfida che ci attende all’inizio di questo cammino: ciascuno di noi, me Vescovo, voi presbisteri, voi fratelli e sorelle che avete consacrato l’esistenza al Signore nelle varie forme della vita religiosa e voi laici che nel battesimo avete immerso la vostra vita in Dio, tutti siamo invitati dalla Parola ad essere testimonianza verace e feconda di un sincero amore per Dio e di un trasparente amore per l’uomo e soprattutto per l’uomo che è nella fatica del vivere.
Oggi, a noi, il Signore chiede di edificare una Chiesa credibile nell’amore, lontana da risentimenti e vendette, scevra da superficialità e mediocrità, protesa con gioia a volare alto per le vette inebrianti della comunione, della condivisione, della solidarietà.
E’ nell’amore il nostro sogno e la nostra profezia di gioia, di felicità; solo lasciandoci mettere in cammino su questo sentiero potremo riscoprire Dio e l’altro come vera sorgente dell’esistere.
Non temiamo di perdere l’abito vecchio, il nostro io ferito, il Signore ne ha tessuto uno nuovo ricco di benedizione, che già risplende alla Sua luce.
Auguri miei cari fratelli e sorelle, nella fiducia reciproca stringiamoci l’uno all’altro. Confidiamo nella Sua infinita misericordia e nell’intercessione dei nostri Santi Patroni: penso in particolare a S. Nilo che tanto fece per la comunione in queste terre.
La Vergine Maria che veneriamo con il titolo di Achiropita, Colei che non è fatta da mani d’uomo, ci renda docili alla Parola e consapevoli che solo aprendoci al vero amore possiamo sperimentare la grande dignità e la meravigliosa bellezza di ciascuno: buon cammino e buona vita a tutti.
Sia lodato Gesù Cristo
+ don Giuseppe
Arcivescovo di Rossano-Cariat

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