Home / Attualità / USB Sanità: «Chi ci cura non può essere precario»

USB Sanità: «Chi ci cura non può essere precario»

In Calabria non è bastata la più grande pandemia del secondo dopoguerra per insegnare qualcosa ai nostri governanti, non è nemmeno servita la dura lezione che il Covid-19 ha impartito nel nord Italia

Nonostante la nostra regione non abbia avuto nella prima fase il picco di contagi di Veneto e Lombardia, e quindi abbia avuto più tempo per organizzare un sistema sanitario storicamente carente, niente è stato fatto per affrontare al meglio una seconda ondata che ora è arrivata in tutta la sua drammaticità.

In questo momento tutti i reparti Covid19 della regione sono già pieni o prossimi ad esserlo e, prevedibilmente, tra poco la stessa sorte toccherà alle terapie intensive.

La mancanza di programmazione e una logica economicista stanno condannando la nostra regione a pagare un costo enorme in termini di vite umane. Costo che lievita in maniera inaccettabile se si aggiungono tutte quelle persone che, pur non essendo colpite dal Covid, si stanno vedendo rifiutare le cure mediche per la chiusura dei ricoveri programmati e per l’allungarsi all’infinito delle liste di attesa che avevano già tempi biblici in epoca pre-Covid.

Il tempo per migliorare i servizi c’era tutto ma durante i mesi in cui la situazione pandemica in Calabria era sotto controllo si è preferito fare finta di nulla, chiudere gli occhi e sperare che la tempesta passasse, magari con la recondita speranza di poter fare qualche regalia agli amici delle cliniche private una volta che il peggio fosse passato.

Tutto questo è avvenuto nel silenzio complice dei sindacati confederali che per mere logiche di spartizione per mesi hanno fatto finta non vedere quanto stava avvenendo in regione, salvo poi versare lacrime di coccodrillo chiedendo la rimozione del commissario ad acta quando ormai era troppo tardi.

Mentre tutto questo avveniva gli appelli dell’Unione Sindacale di Base erano puntualmente ignorati, giocando una pericolosa partita con la vita di milioni di cittadini calabresi.

Non un solo posto letto è stato aggiunto in tutta la regione, non una unità di terapia intensiva è stata addizionata a quelle già presenti a Marzo, anzi si sta tentando in maniera scriteriata e subdola di proseguire sulla strada della chiusura dei posti letto e dei reparti, come il recente caso di Tropea insegna.

Nulla è stato fatto per porre fine alla precarietà lavorativa di centinaia di lavoratori, persone che hanno messo a rischio la propria vita e quella dei propri familiari per fronteggiare l’emergenza.

Un teatrino politico fatto di rimbalzi di responsabilità e compiti tra la struttura commissariale e la protezione civile oggi ha prodotto l’assurda situazione per la quale, a meno di una settimana dalla scadenza del contratto, 70 operatori sanitari del Pugliese Ciaccio si stanno vedendo negato il rinnovo. Proprio mentre l’emergenza è più forte si rischia di perdere 70 figure formate, molte delle quali a lavoro presso reparti Covid, perché il commissario e il dirigente della protezione civile non si mettono d’accordo su chi debba far fronte alla spesa.

Come Unione Sindacale di Base siamo persuasi che vada posto freno a questa situazione, pretendendo un piano speciale di assunzioni e stabilizzazioni, piano che aumenti la disponibilità di posti letto, che rafforzi la medicina territoriale aumentando il numero dei reparti presenti, gli ambulatori, i centri diurni e i consultori. Un piano straordinario che dia la possibilità ai cittadini calabresi di curarsi in regione ponendo fine ai viaggi della speranza.

Un piano speciale che doveva essere fatto mesi fa ma che oggi risulta ancora più necessario, per evitare di pagare un costo altissimo in termini di vite umane.

Come Unione Sindacale di Base saremo in piazza Giovedì 29 Ottobre insieme ai lavorati e alle associazioni popolari in difesa della sanità pubblica, per far capire a chi comanda che è finito il tempo di giocare con la vita dei Calabresi.

La situazione è simile nelle altre ASP: in totale nel 2018 la regione Calabria ha speso circa 420 milioni per la sanità privata.

È risaputo che i fenomeni di clientelismo politico esistono tanto nell’ambito della sanità pubblica quanto in quello della sanità privata.

Tuttavia, conseguenza del fatto che l’azienda privata ricava un profitto dal servizio sanitario offerto (e lo fa, spesso, nella misura in cui vengono a mancare le capacità nelle strutture pubbliche), il derivante incremento del potere economico e politico degli enti privati accreditati pone maggiormente il rischio di causare un circolo vizioso di conflitti di interesse e maggiore potere clientelare verso la classe politica stessa, che può essere spinta a preferire l’investimento nel privato o a chiudere un occhio nei controlli riguardo la certezza del percorso di cura e nei protocolli.

Sosteniamo dunque la battaglia per la sospensione della decisione circa il passaggio del reparto Urologia al presidio di Vibo Valentia in attesa dell’implementazione delle misure previste per Tropea dal DCA 2016 e, in generale, del finanziamento delle risorse necessarie a tutto il Sistema Sanitario Calabrese pubblico per il raggiungimento dei Livelli Essenziali di Assistenza.

Infine, rilanciamo la nostra lotta per la stabilizzazione contrattuale totale degli operatori sanitari che lavorano nel SSN regionale.

Commenta

commenti