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Trivelle: rompiamo il silenzio

vignettaTorniamo a parlare di trivelle, mentre sulle coste joniche predomina una innaturale calma piatta, e non di certo per il bel tempo. In questa anomala estate, forse preda di un forte attacco di timidezza, l’assordante silenzio calato su quei “buchi” che lo Jonio, un giorno o l’altro, potrebbe ritrovarsi nel ventre, fa davvero male alle orecchie.
Proprio mentre Legambiente sgancia la sua bomba ad orologeria, con un dossier sull’assalto al mare calabrese in cui si definisce “assurda” la ricerca del greggio insabbiato nei nostri fondali, la Sibaritide tace, quasi come se quella raffica di proiettili che ci si sta preparando a lanciare non fosse destinata a lasciare sul campo decine, centinaia, migliaia di vittime. La posta in gioco è alta: non si tratta solo della salvaguardia di uno dei nostri maggiori beni, quel mare che ci scipperebbero se solo si potesse raccogliere in qualche bicchiere; molte teste rischiano di cadere per quella che si preannuncia una inutile catastrofe, e non solo naturale.
Inutile, proprio così. Perché la quantità di “oro nero” che i giganti del petrolio cercano avidamente e disperatamente nelle nostre acque, ammonterebbe, per come sostenuto da Legambiente, a soli 9,778 milioni di tonnellate, abbastanza per coprire il fabbisogno di poco più di due mesi.
Allora, viene proprio da chiedersi il perché di tante labbra cucite, di tante mani a tappare bocche già restie a parlare. Chissà, poi, se a qualche orecchio è giunta voce dell’altra istanza di concessione di coltivazione nel mar Jonio fatta da Eni, la cui area interessata ricade nella porzione di mare compresa tra Sibari e Rossano. La compagnia petrolifera aspetta solo un’approvazione, i trivellatori hanno già imbracciato le loro armi di ferro e sono pronti a scendere in campo.
Dopo tutto quello che ci è scivolato via fra le dita, vogliamo davvero restare a guardare, ancora una volta?

m.f.

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