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Trivelle in mare, il biologo marino Silvio Greco: “Effetti nefasti”

di MARTINA FORCINITI

silvio-greco-2La Sibaritide alzerà il dito contro le trivelle. E lo farà, si spera, in massa. Perché in una terra votata a pesca, turismi, agricoltura e panorami d’eccellenza, questi grandi scheletri di ferro e cemento nudo non li vorremmo certo spiaggiati nel nostro golfo.
Che poi, può davvero esistere una compatibilità ambientale fra trivellazioni e mare? Cosa mai potrebbero dirsi natura e mostri? E se l’impatto che questi titani metallici hanno sulle persone può essere soggettivo, per l’ambiente le trivelle dello Sblocca Italia non sono un’opzione.
Le conseguenze ci saranno, irreparabili. A spiegarcele, in parte, è il biologo marino Silvio Greco. E le prospettive per il nostro ecosistema non sono affatto buone.
«Le trivellazioni prevedono l’utilizzo di particolari attrezzature che emettono fasci d’onda di elevata potenza. Se alcune specie animali come gli zifi (mammiferi marini molto sensibili al rumore) incontrano queste onde, la loro capacità di localizzarsi nello spazio-tempo viene irrimediabilmente compromessa. E non a caso i loro spiaggiamenti lungo le coste fanno registrare numeri record».
In nome del dio denaro si è disposti a sacrificare tutto. Anche la nostra bellezza. Ma poi l’economia delle trivellazioni è davvero così ricca?
«È veramente strano che sia il fattore economico a motivare la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi. Ci sono grossi problemi legati ai costi dell’attività estrattiva e alla volatilità dei prezzi delle materie prime. Per questo è al vaglio la non validità economica del prelievo a mare».
Già, il conto salato dei buchi nello Jonio lo pagherebbe l’intero apparato socio-economico locale. Niente più prodotti agricoli d’eccellenza: il loro valore e la loro immagine di salubrità verrebbero distrutti. Niente più turismo balneare e destagionalizzato: chi mai vorrebbe fare tappa in ambienti inquinati dai paesaggi scempiati? E poi falde acquifere infestate, aumento della sismicità. Effetti sull’uomo.
«Non è tanto il buco a costituire un problema, quanto la contaminazione dell’ecosistema stesso. Alla quale sono inevitabilmente legati rischi per l’uomo come i tumori o le malformazioni».
Senza contare i potenziali danni, forti, nel breve termine.
«Immaginiamo che un’esplosione come quella avvenuta nel Golfo del Messico si verifichi nel mar Jonio o nel mar Adriatico. Gli effetti sarebbero quelli di una bomba atomica. I nostri piccoli mari non potrebbero mai reggere l’urto di un disastro del genere. Non riuscirebbero a riprendersi». Il nostro territorio è sotto scacco, pronto a farsi calpestare dalle grandi multinazionali dell’oro nero. È pronto a difendersi? Ci sarà finalmente quello scatto d’orgoglio che è finora mancato nelle grandi questioni?
«Mi auguro che le comunità locali dicano la loro. Si facciano valere. Il prossimo 28 marzo sarà l’occasione giusta per i cittadini di suscitare un ri-ragionamento da parte delle istituzioni»

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