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“Timp russ…”, quella commedia che sfata tutti i tabù dell’Area urbana

timp-russ-a-russanIl gemellaggio, si sa, è un’idea che si accarezza quando c’è la voglia di sviluppare relazioni. Alle spalle un forte valore simbolico e, perché no, l’occasione di conoscere e farsi conoscere perché, al di là di tutto, ciò che conta è la condivisione.
Una consapevolezza che deve aver preso velocemente forma nella mente degli autori Gianpiero Garofalo e Atc Tieri, che hanno realizzato la commedia “Timp russ a Russan… e mulicatini a Curghijani”.
L’opera in due atti, della cui presentazione in dvd L’Eco dello Jonio è media partner, mette in risalto le caratteristiche di due popoli, i coriglianesi da una parte e i rossanesi dall’altra, sull’onda dei luoghi comuni che, da sempre, suggeriscono: “tigna e pezzenteria” a Rossano, “tamarreria e sord” a Corigliano.
La trama è esilarante, da tenere incollati alle poltrone con una comicità senza troppi fronzoli, perché la bravura degli interpreti fa da sola: è amore a prima vista per una giovane coppia tant’è che, se è vero come lo è che da cosa nasce cosa, lei rimane incinta. Tra i due, lei figlia di un nobile rossanese caduto in disgrazia ma attaccato al suo stemma e lui primogenito di una famiglia coriglianese laboriosa e di umili origini, è colpo di fulmine ma, e qui casca l’asino, c’è uno scoglio scivolosissimo da superare: non il matrimonio riparatore, né il figlio capitato tra capo e collo di due giovani impreparati, ma l’inguaribile rivalità fra i due comuni, nata all’ombra del “campanile”. La messa in scena infarcita di battibecchi grotteschi ma quanto mai spassosi scorre via così, fino all’abbattimento dell’insensato pregiudizio e alla caduta di quel “lenzuolo” che “qualcuno”, non un coriglianese, non un rossanese, aveva sistemato nella spianata del Patire facendosi beffe dei due litiganti.
Il messaggio che salta fuori dalla scena è inequivocabile: chiudere nel cassetto, una volta per tutte, preconcetti e campanilismi, nell’ottica di una quanto mai necessaria unità d’intenti. I presidenti delle due compagnie, Giampiero Garofalo e Salvatore Viteritti, ce lo confermano quasi con le stesse parole.
«La speranza è che la fusione prima o poi avvenga, nonostante certi campanilismi rimangano radicati nella mente di alcuni. Noi abbiamo lanciato una pietra e ci auguriamo che chi di dovere la raccolga e metta in pratica, concretamente, quell’idea di unità, nel rispetto dell’identità di ognuno, che abbiamo voluto veicolare con la nostra commedia. Che si sfati questa differenza, soprattutto nella politica.»
Insomma, ci sarebbe proprio bisogno di quel famoso “cacciavite a croce” che tanto ci ha fatto ridere durante la rappresentazione de “L’è minat u zirrun”: per smontare giudizi affrettati, per riparare gli ingranaggi di qualche testa, prigioniera di rivalità vecchie e, ora più che mai, inutili.

m.f.

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