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Taglio abusivo: quali interessi si nascondono dietro la distruzione della Sila Greca

di SERAFINO CARUSO

incendi (1)La montagna è una risorsa. La montagna è un patrimonio da tutelare e valorizzare. La montagna di qua, la montagna di là. Parole, parole, parole, direbbe Mina. Alle quali sono abituati i tanti “bla bla bla” della politica calabrese. Che della montagna si riempiono la bocca. Nelle campagne elettorali. Non tutti, a dire il vero. Perché qualcuno, oltre a parlare, cerca di fare qualcosa. La montagna calabrese, e la Sila Greca in particolare, cari nostri lettori, la stanno distruggendo. I vandali e il pilatesco comportamento della classe politica locale e regionale. Da Piana Caruso a Monte Paleparto, dall’alta Valle del Colognati a Monte Altare: incendi, taglio selvaggio e abusivo di alberi e processionaria stanno sterminando una delle più belle aree boschive della Calabria e di tutta l’Italia. «Un territorio ‒ si legge sulla monografia Terre Jonicosilane del Gal “Sila Greca” ‒ storicamente complesso, ma complesso anche dal punto di vista geomorfologico con le sue fiumare, la sua stretta striscia marina e il bosco più bello dell’intera Sila, “la Fossiata”, dove si respira una delle arie più pure del mondo».
Pini larici, querce, castagni, abeti di Douglas: il bosco della Sila Greca annovera una grande varietà di alberi. E, purtroppo, dopo l’Opera Sila degli anni ’50 e ’60, ha visto solo interventi di ordinaria manutenzione. I Comuni sono preposti al rilascio delle concessioni del taglio degli alberi e contemporaneamente dovrebbero sorvegliare sia sulla quantità degli stessi tagliati che sulla modalità del taglio. Non tutti i Comuni controllano. Allora, ecco che chi ottiene la concessione può agire indisturbato. Il Comune di Longobucco, guidato dal Sindaco Luigi Stasi, ha fatto della lotta al taglio abusivo dei boschi e agli incendi una delle direttrici fondanti della propria azione amministrativa. Longobucco, che è tra i Comuni con maggiore estensione territoriale della provincia, e tutta montana, è stata interessata, negli anni precedenti, da raccapriccianti episodi di taglio di ettari di bosco. Spesso senza le dovute autorizzazioni regionali e paesaggistiche ambientali previste. Senza nessun controllo. Né da parte del Comune né tantomeno del Corpo Forestale dello Stato. Che, sebbene sia stato ridimensionato quanto a personale, non può non avere il controllo su quanto avviene nei nostri boschi.
Spesso e volentieri, si tagliano alberi, anche giovani e sani, che non sono vicini tra loro. Può essere comprensibile che vengano tagliati due esemplari molto vicini. Ma se c’è una certa distanza tra un albero e un altro, bisognerebbe lasciarli crescere. Specie se giovani. Invece, si taglia tutto. Abbandonando a terra i rami che non servono e che diventano materiale potenzialmente pericoloso in caso di incendio. Nella Valle del Colognati, ad esempio, chi viene autorizzato a tagliare il bosco dal Comune taglia più del dovuto. Controlli del Comune? Manco a parlarne. Così si distrugge una delle aree di pascolo più belle del territorio.
A tutto ciò, si aggiungono gli incendi e la processionaria.

  1. Incendi: questione di business. La legge prevede che, quando un terreno viene incendiato, non è possibile edificarci sopra, dedicarlo a pascolo o ad attività pastorizie e di coltivazione per almeno 15 anni. Un modo per contrastare gli incendi dolosi. Negli ultimi anni, le denunce di tagli di alberi secolari e di pregio all’interno di parchi nazionali, istituiti proprio per tutelare aree di particolare interesse naturalistico e paesaggistico, sono aumentate. Ma gli interventi delle Istituzioni? Assenti. Denunciare, in questo territorio, serve ancora a qualcosa? Il dubbio viene. Ed è legittimo. Visto il menefreghismo di chi dovrebbe intervenire.Tra non molto, inizierà lo show degli incendi. Tutti sanno chi sono quelli che li appiccano, ma non si interviene. Chi si vuole tutelare? E per quale motivo? Quali interessi si nascondono dietro tutto ciò?
  1. Processionaria: un decreto del 17 aprile del 1998 del Ministero delle Politiche Agricole stabilisce disposizioni sulla lotta obbligatoria contro la processionaria. Che attecchisce sui pini. Distruggendoli nel giro di pochi anni. In un anno, sviluppa una sola generazione con comparsa degli adulti (farfalle) nei mesi di luglio e agosto e nascite delle larve in settembre. Queste, al sopraggiungere dell’inverno, costruiscono un voluminoso nido sericeo dove si riparano dai freddi invernali: all’inizio della primavera, abbandonano la pianta e scendono in processione a terra, dove, ad una profondità di 5-20 centimetri, completano il loro sviluppo. Così come avviene con il punteruolo rosso, si stanno lasciando al triste destino della morte vegetale certa migliaia e migliaia di esemplari di pino di tutta la Sila. Le cure ci sarebbero. Ma non vengono messe in pratica. Si potrebbero effettuare trattamenti fitopatologici delle aghifoglie, una tecnica che, utilizzando caratteristiche proprie delle piante, permette di ottenere ottimi risultati nei confronti del parassita bersaglio, riducendo al minimo il rischio di disperdere fitofarmaci nell’ambiente. Ma né Regione Calabria né Comuni e Provincia hanno mai preso in seria considerazione interventi del genere in questa direzione.

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