Home / Breaking News / STRAGE DI CIVITA: i morti e il “buco nero” della sicurezza

STRAGE DI CIVITA: i morti e il “buco nero” della sicurezza

CcivitaOSENZA La macchina (im)perfetta degli allarmi meteo. Le difficoltà dei Comuni nel fronteggiare l’emergenza. L’industria del turismo nelle gole e le associazioni “scomparse” dal web. Mentre le guide “ufficiali” puntano il dito contro l’improvvisazione.

Sarà un viaggio nelle omissioni, nelle «negligenze» ipotizzate dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa, nell’assenza di regole e di controlli. L’inchiesta della Procura di Castrovillari sulla strage del Raganello toccherà anche le difficoltà oggettive dei Comuni nella gestione delle emergenze, le regole che restano scritte e non applicate, una catena di comando che si inceppa (quasi) a ogni allerta meteo. E (spesso) solo per caso non trasforma in cronaca nera i difetti di comunicazione.

 LA MACCHINA (IM)PERFETTA

 Difficile non partire dalle parole di chi c’era. E, solo perché il destino ha voluto così, ha evitato la furia del torrente. Gina Falbo è una consigliera comunale di San Donato Milanese, originaria di Cosenza. Era in vacanza sul Pollino con il marito e il figlio di 14 anni. Il suo sfogo amaro è finito prima sui social, poi sulle pagine locali del Quotidiano nazionale. «Ieri ero lì. Un’ora prima della piena. Nessuna allerta meteo. Nessun avviso di precipitazioni a monte. Nessun divieto. Nessuna regolamentazione. A Civita nemmeno una goccia di pioggia».

L’allerta meteo in realtà c’era stata, diramata dalla Protezione civile. Ma nella macchina qualcosa deve essersi inceppato. Il meccanismo che, ha spiegato il capo della Protezione civile regionale Carlo Tansi, «dovrebbe funzionare come una macchina perfetta», a volte può sgretolarsi per qualche decina di minuti. Una delle ricostruzioni racconta che al sindaco di Civita l’avviso delle condizioni meteorologiche critiche sia arrivato alle 13.11 di lunedì, un’ora prima che la bomba d’acqua si abbattesse sul comune di San Lorenzo trascinandosi più a valle, fino alle gole. C’era il tempo per emettere un’ordinanza che impedisse l’accesso ai turisti?

C’era la possibilità di farla rispettare? Due domande (non le uniche), alle quali sono chiamate a rispondere le due inchieste – penale e amministrativa – aperte da Procura e Prefettura. Questione di minuti. I cari di Gina Falbo si sono salvati dal dramma: «Io sono rimasta al rifugio perché il cane non poteva entrare nel torrente, mio figlio e mio marito hanno indossato un caschetto di protezione e si sono immersi nell’acqua, che in quel momento arrivava alle caviglie. Hanno percorso cinque chilometri e sono tornati indietro, solo perché alle due del pomeriggio avevamo appuntamento sulla riva del torrente. Se avessero continuato sarebbero morti». È mezz’ora a fare la differenza. Ma c’è dell’altro. «Nessuno ci ha fermato – dice ancora Gina Falbo –, addirittura le guide erano in acqua con i turisti. C’erano famiglie con tanti ragazzini e senza attrezzatura. Un fai da te privo di regole. È evidente che ci siano delle responsabilità».

Borrelli e Oliverio a Civita

TEORIA E PRATICA

Nel mirino è finita anche la mancanza di regole. Il piano “Gole sicure”, che serviva per disciplinare gli accessi, è rimasto solo sulla carta (ed è stato acquisito dalla Procura di Castrovillari). A Civita “funziona” un’ordinanza che risale al 1997: di fatto – almeno fino a lunedì – non se ne teneva conto. Lo stesso capo del dipartimento di Protezione civile Antonio Borrelli, ancor prima di arrivare in Calabria, ha ricordato ciò che tutti sapevano. «L’accesso non è controllato e le informazioni ai visitatori sono pressoché assenti. Io stesso, che lavoro qui da due anni ho scoperto solo la notte scorsa la totale assenza di informazioni e di un sistema di controlli di accesso all’area». Le sue parole – e soprattutto quelle del suo omologo calabrese Tansi – sanciscono il distacco tra la teoria e la prassi. «L’allerta è scattata domenica, cioè il giorno prima del disastro… Sì. E quando c’è l’allerta tutto dovrebbe funzionare come un orologio svizzero. Ci sono delle responsabilità se questo non è accaduto. Esistono i Piani di emergenza comunale e vanno applicati: dicono chi deve fare cosa, come e quando farlo, e stabiliscono i ruoli di ognuno, a partire da quello del sindaco». I Piani, dopo anni di inerzie, adesso ci sono nel 78% dei Comuni. Ma quanti sono in grado di applicarli davvero? Quanti cittadini sono realmente informati su cosa fare in caso di pericolo? Ad aggiungere dubbi ai dubbi c’è anche l’ex coordinatore della Protezione civile regionale Paolo Cappadona, che si chiede (ve lo abbiamo raccontato qui) se i protocolli e i sistemi di monitoraggio abbiano funzionato correttamente.

900 ABITANTI, 22MILA TURISTI All’interno del Parco l’attività è libera, le guide che portano i turisti qui non le autorizziamo noi. E un’attività privata», dice il direttore del Parco nazionale del Pollino Giuseppe Melfi. Mentre Emanuele Pisarra, guida esperta, dice al “Fatto quotidiano”: «II sindaco doveva vietare l’accesso alle gole con queste condizioni. Da giorni ci sono acquazzoni pomeridiani, bisognava fare un’ordinanza di divieto di accesso per avverse condizioni meteo». Tocci, primo cittadino del piccolo centro del Pollino, replica: «II regolamento non è entrato in vigore perché ci sono altri paesi con accesso alle gole, come San Lorenzo Bellizzi e altri. Per questo ho chiesto al Parco del Pollino di creare un tavolo comune. Non si può chiudere l’accesso al Raganello per un’allerta meteo gialla su tutta la Calabria. E stata una situazione straordinaria». Avrebbe potuto intervenire? Forse. Ma, riflette lo stesso Pisarra, «temo che i cittadini non sarebbero stati dalla sua parte. Il sindaco – spiega sempre Pisarra- è una bravissima persona e magari ha pensato di fare l’interesse della comunità. Siamo 900 abitanti e abbiamo 20mila visitatori, con 22 bed and breakfast, quattro ristoranti di qualità. Ci voleva da parte sua molta forza per sfidare tutto questo».

ASSOCIAZIONI “SCOMPARSE” DAL WEB

Il ragionamento porta dritti allo step successivo. Per quanto piccola, per quanto fuori dalle mappe del turismo di massa, a Civita si muove un’industria del turismo (sparita, ovviamente, dopo il disastro) che ha cambiato le sorti di quello che era un minuscolo borgo di montagna, forse destinato a spopolarsi come decine di altri in Calabria. L’epicentro di questa industria è proprio nelle gole del Raganello, a due passi dal Ponte del diavolo divenuto scenario della tragedia. E, da mercoledì, all’appello mancano a questo sistema alcuni tasselli prima fondamentali. Basta un giro sul web e sui social per rendersene conto. Dopo il flash flood che è costato la vita a dieci persone, alcuni siti dedicati alle escursioni sono scomparsi: goleraganello.it, avventurieridelsud.it e raganellotour.com non ci sono più. E, sulla propria pagina facebook, l’associazione “Raganello Tour” ha interrotto le proprie attività. Con un breve post: «Nel rispetto di Antonio (De Rasis, la guida tra le vittime, ndr) e di tutte le vittime del Raganello, le nostre attività si fermeranno in modo definitivo. Proviamo tanto dolore e sgomento, siamo vicini alle famiglie. Grazie a coloro che ci hanno sostenuto, il nostro non era un lavoro ma una passione che ci spingeva alla conoscenza di luoghi e posti fantastici. W la Calabria». Sullo sfondo ci sono le polemiche per l’approccio – secondo alcuni troppo “leggero” – delle associazioni all’escursionismo nelle gole. Ancora su Quotidiano nazionale Mimmo Gioia, Coordinatore dell’Aigae, le Guide ambientali escursionistiche della Calabria, affronta quello che, a suo parere, è il cuore del problema: «Bisogna essere torrentisti per fare quel tracciato tra le gole, non si può essere una semplice guida. L’itinerario lungo le gole è pericoloso, infatti noi non lo facciamo. I turisti noi li accompagniamo lungo una strada che guarda il torrente dall’alto, fino al Ponte del Diavolo. Quello che è successo e certamente un fatto eccezionale, che non si vedeva da 45-50 anni, ma ora che guarderemo con attenzione le cose capiremo che c’è stata qualche improvvisazione». Secondo Gioia «nessuna guida della nostra associazione riconosciuta, né di quelle ufficiali del parco del Pollino si sarebbe azzardata a fare un’escursione nelle gole, ancor più con condizioni di tempo piovoso. Le cavità sono lunghe 12-13 chilometri e sono senza via d’uscita, sono delle trappole». Da qualche giorno se n’è accorta l’Italia intera.

(fontecorrieredellacalabria.it)


Commenta

commenti