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Settore vinicolo trainante? Intanto frutta e verdura nostrane scompaiono dai mercati

di MARTINA FORCINITI

Riuscirà il sempre più celebrato settore vinicolo calabrese a trascinare gastronomia e agricoltura identitarie lungo la scia del suo successo?
GAGLIARDIGiovanni-Gagliardi_1432757215103. Una caraffa di onesto vino mediterraneo ci salverà. Vetrina nel mondo delle nostre eccellenze agroalimentari, il buon vecchio liquido grezzo conquista le economie. Se non altro perché è l’ambito dell’enogastronomia più audace. E, in quanto tale, trascinerà con sé tutti i settori gastronomici, sulla scia di una riscoperta dell’autoctono che sta coinvolgendo tutta la Calabria.
Ad assicurarcelo è Giovanni Gagliardi (foto in alto), ideatore e fondatore del sito vinocalabrese.it. È tra gli ideatori di un format culinario tutto votato alla promozione del territorio, Cooking Soon, che verrà presentato domenca 24 maggio a Camigliatello. La nuova primavera del vino. Ma anche dei giovani chef di casa nostra.
In Calabria e nella Sibaritide c’è una più che positiva tendenza alla riscoperta dei vini tipici – racconta -. Nelle carte dei vini di una ristorazione media, quelli calabresi sono circa la metà. Solo otto anni fa, sarebbe stato inimmaginabile. Ormai lo hanno capito tutti: l’autoctono è la cifra produttiva su cui puntare.
A maggior ragione è inspiegabile – dice – che in contesti come quello dei panificatori non si sia ancora deciso di utilizzare i nostri grani. E, ancor peggio, nelle pizzerie ci si ostina a presentare in tavola capricciose e quattro stagioni piuttosto di una buona pizza con le sarde. Scimmiottare maldestramente stili non nostri, finora, non ci ha di certo fatto bene. Ma seppur con i nostri ritardi, finalmente anche in Calabria la cultura della tipicità sta sfondando tutte le barriere.
In vino veritas?
MOLINAROl43-pietro-molinaro-130508184831_medium. Cara insalata calabrese, dove sei? Di te, dei datterini sibariti, o dei terapeutici melograni delle Piane calabre, sui banchi ortofrutticoli non c’è quasi l’ombra. E nei menù dei nostri ristoranti non vi si vede ormai più. È un bel problema in un momento storico in cui la cultura del buon cibo riempie la bocca di tanti.
«Non si può generalizzare – ci spiega Pietro Molinaro, (foto in basso) Presidente di Coldiretti Calabria – ma i ristoratori che premiano i prodotti calabresi inserendoli nei pasti sono la minoranza». Eccezionalmente strano. Ma fin troppo vero.
«Il primo elemento che condiziona la selezione è la difficoltà a reperire prodotti autoctoni. Manca quella disponibilità ad organizzarsi che permetterebbe di acquistare frutta e verdura a km0 o di stagione nelle aziende agricole o nei mercati generali, piuttosto che nei centri commerciali dove il locale latita».
E poi c’è la ricerca esasperata del basso prezzo. «Si finisce per preferire un prodotto indifferenziato che guarda ai costi, rinunciando a caratteristiche di eccellenza, regole sanitarie garantite e a quell’indubbio valore aggiunto che deriva dalla tipicità». Senza contare la possibilità di sostenere in modo intelligente l’economia locale. «Trascurando la gastronomia identitaria, ne perdiamo sì in salute, perché viene meno quella qualità della vita che è correlata al mangiar bene, ma soprattutto economicamente perché finiamo per compromettere l’unico sistema che sta resistendo alla crisi».
Basti pensare alle ricadute occupazionali che rimpolpano l’indotto. «Non è forse significativo quel massiccio ritorno alla terra dei giovani che puntano tutto sulle eccellenze?»
E se cogliere un’opportunità di mercato significa celebrare il valore della nostra terra con la produzione degli italianissimi kiwi, ben venga.
«Dove sta il controsenso? Negli ultimi anni siamo tra i produttori di kiwi qualitativamente migliori del mondo. La scelta imprenditoriale di puntare su questa produzione è vincente e deve essere incoraggiata».

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