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Dal Sant’Orsola all’ Annunziata, la scelta del prof: “Il mio desiderio era di ritornare”

Il primario di Chirurgia dell’ospedale Annunziata di Cosenza, Bruno Nardo, spiega le ragioni del suo ritorno alle origini. Nonostante i successi anche al livello internazionale. E sul futuro della Calabria: “Mi piacerebbe avere una sanità “normale””

annunziataUn percorso al contrario. Una scelta che vale come un messaggio lanciato ai tanti, troppi calabresi illustri che hanno lasciato la propria terra alla ricerca di “fortuna” al di là dei confini regionali. La storia del professor Bruno Nardo 58enne chirurgo con un background personale di tutto rispetto in sintesi è racchiusa tutta qui. Il professore, originario di Vibo Valentia e con una laurea con lode a 24 anni all’Università di Bologna, una specializzazione in Chirurgia generale e una dottorato di ricerca in Fisiopatologia sperimentale e clinica, ma può soprattutto pregiarsi di una lunga esperienza nel campo della chirurgia epatica e dei trapianti maturata all’estero come in Italia.

Ed una sfilza di successi nel settore di prelievi d’organo e trapianti di fegato e reni, tanto da divenire pioniere di nuove tecniche sperimentate e poi divenute protocollo per affrontare patologie decisamente complesse. Un curriculum che è valso al professore una cattedra all’Università di Bologna e un “posto” in cabina di regia al policlinico universitario Sant’Orsola del capoluogo emiliano. Ed invece il prof sceglie la strada del ritorno: primario di Chirurgia Generale “Falcone” all’Annunziata di Cosenza.

Cosa l’ha spinta a voler rientrare con questa caparbietà in Calabria?

«Innanzitutto mi faccia dire perché, dopo cinque anni trascorsi all’Ospedale “Annunziata” di Cosenza come Primario della Chirurgia “Migliori”, con particolare dedizione alla Chirurgia Epato-Bilio-Pancreatica e trapianti d’organo, ho lasciato la Calabria nel novembre 2012 e sono ritornato al policlinico universitario Sant’Orsola di Bologna. In quel periodo mi era stato dato un incarico a tempo determinato, che non poteva più essere rinnovato legge. Al rientro a Bologna ho continuato ad inseguire il desiderio di riprendere nell’ospedale “Annunziata” di Cosenza una attività chirurgica, che avevo dovuto forzatamente lasciare, e che mi aveva dato tante soddisfazioni e fatto raggiungere tanti buoni risultati per i pazienti calabresi.

In quel periodo, grazie ad un lavoro di squadra da me diretto, abbiamo riavviato i trapianti di rene, che non venivano più eseguiti da diversi anni, e ridotto la migrazione sanitaria, soprattutto per tumori del fegato, vie biliari e pancreas, formando chirurghi giovani e meno giovani. Insieme a loro ho potuto effettuare migliaia di interventi chirurgici, di alta complessità, operando con tanto entusiasmo. Restano ancora vivi nella memoria i corsi di Chirurgia Specialistica con la partecipazione dei migliori chirurghi italiani e stranieri alcuni venuti dal lontano Giappone e da ogni parte d’Europa. Sono stati anni in cui si andava ai congressi a presentare i propri dati ed a confrontarsi alla pari con le migliori casistiche nazionali ed internazionali ed a scrivere pubblicazioni scientifiche su prestigiose riviste.

Pertanto, alla prima occasione per tornare, ho partecipato al concorso a tempo indeterminato per Primario di Chirurgia Generale. Ed eccomi ancora qui, nella mia Calabria, con qualche anno in più ma con la solita grinta e lo stesso desiderio di fare e di insegnare ad altri chirurghi che al momento fanno parte della mia equipe (Gaetano Stabile, Marco Doni e il giovanissimo specializzando Ignazio Vulcano)».

Nonostante ci sono eccellenze, i calabresi continuano ad emigrare. Perché?

«La migrazione sanitaria è un fenomeno che ha sempre caratterizzato le regioni del Sud e che ha portato sempre più pazienti a farsi curare nelle regioni del Nord Italia, in particolare Lombardia ed Emilia Romagna. Mi duole dirlo ma sono stati tanti i pazienti calabresi che in questi anni in cui sono rientrato a Bologna ho operato al Sant’Orsola. Gli ultimi due pazienti che ho operato poco prima di tornare a Cosenza sono stati nipote e nonna di un paese della provincia di Vibo Valentia. La prima, appena diciottenne, è stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico al fegato per un voluminoso tumore benigno: abbiamo utilizzato la tecnica mininvasiva con il robot da Vinci ed il caso è venuto alla ribalta nazionale sui media. Meno scalpore ovviamente, ma a mio avviso ancora più emblematico, se si parla del fenomeno della migrazione sanitaria, è stato l’intervento che ho eseguito nella nonna della giovane paziente, la asportazione della colecisti per dei semplici calcoli. La paziente ha preferito fare oltre mille chilometri e venire a Bologna ma sentirsi “tranquilla”. Ecco, Lei mi chiedeva perché si emigra ? Per sentirsi tranquilli, perché la sanità calabrese è percepita come una sanità che non da la tranquillità che il paziente cerca. I pazienti hanno scarsa fiducia non tanto nelle capacità del personale sanitario e infermieristico, che anzi sono da lodare perché lavorano ai limiti dell’eroismo, ma non si fidano delle strutture. Sono arrivato da pochi mesi all’ospedale “Annunziata” di Cosenza e grazie alla collaborazione ed abnegazione dei colleghi che fanno parte della mia “squadra” abbiamo operato nel reparto della Chirurgia Generale “Falcone” che ho il piacere di dirigere, molti pazienti complessi, soprattutto con tumori dell’apparato digerente. Il mio cuore si riempie di gioia ogni qualvolta i pazienti, e sono la maggioranza, hanno parole di apprezzamento nei confronti dei medici, infermieri ed oss del mio reparto e rimangono soddisfatti per avere riscontrato professionalità ed umanità durante la loro degenza».

Cosa si può fare ancora per dare fiducia nella sanità calabrese?

«Voi giornalisti potete darci una mano in questo percorso di crescita e di miglioramento della sanità calabrese. Abbiamo tantissimi medici ed infermieri che svolgono con spirito di sacrificio il loro delicato lavoro. Però è anche vero che è necessaria una forte azione di rinnovamento di alcune strutture, con forti investimenti per rendere moderni e competitivi gli ospedali calabresi, soprattutto quelli cosiddetti di periferia».

La sua esperienza dimostra che si può fare ricerca e sperimentazione anche nella nostra regione. Cosa si potrebbe fare di più?

«In Calabria ci sono realtà di eccellenza nel campo della ricerca biomedica e non sta certo a me scoprirle, perché sono già note nel panorama scientifico nazionale ed internazionale. Tra esse mi piace ricordare il dipartimento di eccellenza di Farmacia, Scienza della Salute e della Nutrizione dell’Università della Calabria. Ho già preso contatti con colleghi universitari per avviare progetti di interesse comune nel campo della oncologia e della medicina rigenerativa. Occorre fare sempre di più, ma ci sono le potenzialità per guardare oltre i confini nazionali ed aprirsi al mondo intero, come si sta in parte già facendo».

Il rapporto tra Università e sistema sanitario calabrese. Ci sono limiti?

«Tale rapporto deve essere maggiormente radicato nel territorio. Bisogna abbattere gli steccati. L’università si deve aprire agli ospedali e viceversa, in una rete di scambi culturali reciproci che porterà benefici a tutti. È risaputo che dove si fa ricerca i risultati nel campo della sanità migliorano. È il concetto della medicina traslazionale che ha ricadute positive sulle cure dei pazienti. Tali concetti devono essere sviluppati anche nella nostra regione e mi fa piacere che ho colto segnali positivi in questo settore».

Cosa occorrerebbe fare di più per rendere “normale” la sanità calabrese?

«La sanità calabrese sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia, altrimenti non sarebbe stato necessario un apposito “decreto legge Calabria” per la sanità che però al momento non sta dando grandi risultati. Mi auguro che si esca presto dal tunnel con l’assunzione di personale medico e infermieristico, soprattutto nei punti nevralgici, come ad esempio i Pronto Soccorso che sono la porta di ingresso di pazienti a volte disperati, a volte disorientati da una rete pre-ospedaliera che occorrerebbe rafforzare e rendere più efficiente. Sarebbe bello, per la Regione Calabria, quindi sarebbe “normale”, uscire finalmente dal lungo periodo di commissariamento che dura ormai da troppo tempo, ed avere direttori generali stabili per ogni ospedale, con pieni poteri, come succede nella maggioranza delle regioni d’Italia. Insomma, mi piacerebbe avere una sanità “normale”. Nell’attesa occorre fare uno sforzo collettivo per “normalizzare” i rapporti tra pazienti, medici, legali e mass media. Non è possibile assistere sempre alla caccia alle streghe e vedere ingigantite situazioni che se venissero opportunamente valutate si scioglierebbero come la neve al sole».

Fonte: Corriere della Calabria


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