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Santa Maria delle Grazie, la festa dimenticata e il “canalicchio” che non c’è più

La lenta e inesorabile perdita di memoria, l’ormai ineluttabile avanzata della globalizzazione contro le tradizioni. Eppure c’è chi ancora resiste

«Ridateci il canalicchio dell’acqua di Santa Maria delle Grazie». È una battaglia vera e solitaria quella che sta portando avanti alcuni anziani agricoltori delle campagne rossanesi. I quali, nonostante il covid, nonostante le tante e mille emergenze di una città, continuano a rivendicare un servizio che gli è stato inspiegabilmente scippato.

Le luci, le strade, la mobilità sono sì cose importanti ma, per loro, più importante di tutto e tutti è quella fontanella che «quando eravamo bambini – raccontano – abbiamo visto “scavare” dagli operai dell’Opera Sila e che per decenni ha rappresentato un punto di riferimento per chi passava da Santa Maria delle Grazie».

La celebrazione eucaristica a Santa Maria delle Grazie, stamattina

Ed oggi siamo proprio qui, a Santa Maria delle Grazie nel giorno in cui, da secoli, si tiene la festa dedicata alla Vergine madre di Dio nel ricordo di uno dei suoi tanti titoli e declinazioni. Un tempo nelle campagne circostanti appena fuori da Rossano, a ridosso del Celadi che scorre nello strapiombo sottostante e a due passi dalla Santa Croce (altro luogo caro al popolo fedele), si celebrava la festa religiosa e, di fianco, si svolgeva uno dei più importanti appuntamenti pastorali del territorio ionico: la fiera “E ‘ra maronna e ‘ri Graz’j”.

Su queste dolci colline, circondate da uliveti e vigneti, arrivavano mercanti da ogni angolo del meridione per la vendita del bestiame; c’erano anche i venditori di lana, di stoffe; c’erano stagnini, ombrellai, ceramisti e artigiani di ogni specie. Era un appuntamento importante che attirava l’attenzione di migliaia di persone. Ed era uno dei momenti che accompagnava la fine dell’estate e apriva le porte all’inverno. Del resto, dalle nostre parti, nella percezione popolare, le mezze stagioni non sono mai esistite! U’ cavr’ è estate, u’ fridd’ è inverno.

La bancarella di Fernando

Di quella festa religiosa e di popolo, oggi, restano solo il ricordo e l’indomita resistenza di chi vive nella contrada e di qualche contadino delle campagne. Niente più musica, niente più fiera, niente più mercanti. È rimasto solo l’intramontabile Fernando con la sua bancarella piena di giocattoli e immancabili noccioline; sono rimaste le donne che si riuniscono attorno all’altare della Madonna richiamate dal suono delle campane della chiesa; sono rimasti i contadini maschi, appena fuori la chiesa, che aspettano e oggi chiedono che quel canalicchio d’acqua, all’incrocio di Santa Maria delle Grazie venga riattivato.

«Ci sono stati tempi – raccontano – in cui l’acqua scorreva con una forza tale che non potevi metterci le mani sotto. Altri tempi in cui l’acqua scorreva come un filo sottilissimo di capelli. Altri tempi in cui il rubinetto ti restituiva solo il rumore del vuoto assoluto». Ma quella fontanella, nonostante tutto, era lì e rappresentava una speranza per potersi rifocillare per «poter riempire una bottiglia d’acqua fresca prima di ritornare a casa».

Adesso, invece, al posto del rubinetto c’è un tappo. Messo lì nemmeno molto tempo fa. L’acqua da bere? Te la devi andare a comprare al supermercato. Cose davvero strane. Già, perché proprio su quella condotta che dal Rinacchio fa arrivare l’acqua della condotta Fallistro fin giù, alla Valle del Colognati, nemmeno 10 anni fa sono stati spesi qualche centinaio di migliaia di euro. Però da qualche mese l’acqua non arriva più e quel canalicchio grida vendetta.

Saprà mai qualcuno dare delle risposte, in una città dalle dinamiche strane dove da un lato si chiudono fontanelle storiche (quasi come se fossero il problema della carenza idrica) e dall’altro si manda nelle case acqua putrida. Schiavonea ha fatto storia.

mar.lef.


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