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Rossano, quella conca volata a New York. Patire spogliato dei suoi arredi

di SAMANTHA TARANTINO

patireIn pochissimi sanno che la chiesa di Santa Maria del Patire era un forziere di opulenza. Broccati, sete e preziosi corredi liturgici ne facevano un lustro per un Monastero che diventò poi con i secoli centro strategico politico e culturale sotto il controllo dei principi normanni.

Confusione e dimenticanze contribuirono a creare attorno alla conca battesimale del Patire e agli altri arredi liturgici, disinteresse che non fece altro che svuotare una chiesa per riempirne altre.

Probabilmente con la connivenza di amministrazioni sorde e cieche. Tant’è che si iniziò a parlare di un bacino per l’acqua santa dal 1700 in poi, intervallato da anni bui e decreti che finirono per spogliare e denudare il monastero di tutto, fino ai giorni nostri. La memoria storica è ricca di trafugazioni a partire dall’epoca napoleonica fino a quelle più eclatanti attuate dai nazisti (amanti delle grandiose opere classiche, soprattutto italiane).

Ma quella operata al Patire fu in qualche modo una migrazione di opere d’arte autorizzata, se vogliamo far passare il termine. Siamo nei primi anni dello scorso secolo, quando la nostra conca prese il volo verso gli Stati Uniti ed arricchì le teche dell’immenso Metropolitan Museum of Art di New York, come simbolo di arte medievale del sud Italia. Ma come finì il bacino sacro dalla Calabria nel caos metropolitano della grande mela? Se non fosse stato per Paolo Orsi nei primi del novecento (archeologo ed esperto conoscitore dell’arte del sud Italia, ricordato sempre troppo poco), che iniziò a documentare l’esistenza di un reperto di tale importanza, non se ne sarebbe conosciuta neanche una descrizione.

Eppure la conca stessa reca sul bordo un’iscrizione in cui dice di essere stata commissionata nell’anno 1137 dall’abate Luca successore di Bartolomeo da Simeri, primo fondatore del Monastero. Poiché Luca fu mandato a dirigere negli stessi anni anche il monastero di San Salvatore a Messina, pensò bene di arredare il nuovo nucleo con corredi provenienti dal Patire. Negli anni Paolo Orsi, seppe da padre Cozza Luzzi, altro esperto, che il bacino era stato donato dai baroni Compagna, all’epoca proprietari del fondo su cui sorgeva il monastero di Santa Maria del Patire, al Metropolitan. Restò lì dunque per molti anni, fino a quando la studiosa e ricercatrice Emilia Zinzi nella metà degli anni ‘80, riuscì ad ottenere una foto del reperto. Fino ad oggi in cui sappiamo che la conca si trova nella sala n.303 nella sezione Arte bizantina.

Spogliata dei propri averi, la Calabria resta come una gran dama che ha conosciuto i tempi di una splendida ricchezza. Priva di perle, diamanti e zaffiri lei, spoglia dei suoi beni preziosi l’altra. E la regione racconta la storia comune di un Sud denudato persino della propria identità. Monasteri, palazzi antichi e case della ricca nobiltà, di mura ciclopiche sofferenti in una desolazione che urla riconoscenza. Sono tanti i luoghi che reclamano i propri beni portati via nel tempo, tanto nessuno li reclama più. Perché forse non ne si conosce l’esistenza? Ed intanto scorrono i secoli La domanda sorge spontanea, per dirla alla Lubrano. Perché non far rientrare la conca, insieme a tanti altri beni e costituire ad esempio un comitato pro ritorno e magari visto che si parla di rientro, sollecitare quello del nostro amato Codex?

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