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Rossano, Monsignor Satriano: “Laicità dello stato principio di convivenza”

di LENIN MONTESANTO

Mons.-Giuseppe-Satriano2I fatti di Parigi (Charlie Hebdo), sono stati un attacco alla libertà di stampa o al principio di laicità? È in atto una guerra di civiltà e di religione?
Penso sia stata un’intenzionale strategia del terrore portata al cuore della civilissima Europa andando a toccare una delle conquiste più care alle democrazie occidentali: la libertà di espressione. Il terrorismo islamico è una manifestazione totalitarista per niente diversa da tutte quelle conosciute nel secolo scorso. Dinanzi a situazioni simili sono da evitare forme estremiste come: l’arrendevolezza o l’arroganza laicista e tantomeno il praticare forme di odio per il diverso e il non omologato. Uno degli obiettivi che attacchi come quello di Parigi hanno in sé è mettere in ginocchio lo stato di diritto portandolo a concepire forme estreme e repressive.
In tempi come questi, bisogna fare ricorso a quei valori cristiani, spesso dimenticati, che costituiscono il dna dei nostri percorsi democratici e che sono il sano “limite” su cui ritrovare il valore e il rispetto dell’altro, sempre.
Quali sono, se ve ne sono, i limiti oltre i quali uno Stato laico non può andare?
Il principio di laicità dello Stato costituisce un principio di convivenza valido per tutti: la laicità non è altro che principio di democrazia, difesa del pari diritto, riconoscimento della libertà di coscienza, regola del «non fare ad altri ciò che non vorresti essere fatto a te», contro qualsiasi principio restrittivo. L’altro diviene appello e responsabilità. Comprendere questo significa aprire l’esistenza democratica di un popolo alla responsabilità della vita, a quei principi di tolleranza e di dialogo che sono alla base della ricerca del bene comune
L’equilibrio tra tutela dei diritti umani e lotta al terrorismo negli ultimi anni è diventata la questione più delicata del dibattito internazionale, culturale, etico e giuridico. Forse anche religioso.
Torno ad affermare quanto detto prima: gli attacchi al cuore dell’Europa sono sfide a smantellare lo stato di diritto per creare una strategia della tensione in cui è possibile legittimare ogni scelta. La scivolata è possibile se con arroganza pretendiamo di affrontare questa emergenza.
Ritengo che si debbano rileggere alcuni messaggi sulla pace dei nostri ultimi pontefici per comprendere che solo percorsi di giustizia internazionale possono smantellare sacche di rabbia nella popolazione oppressa a cui pericolosi capi carismatici attingono facili e fragili risorse umane.
In un recente dibattito pubblico sulla Shoah Lei ha colto l’occasione per richiamare l’attenzione, soprattutto delle nuove generazioni, rispetto a quella che la filosofa Hannah Arendt definì la banalità del male nei gerarchi nazisti. Farebbe riferimento alla stessa riflessione nel caso del terrorismo internazionale?
Quanto affermato dalla filosofa Arendt può certamente avere molti agganci al fenomeno dell’Isis ma non è questa la sola causa.
C’è nel fenomeno religioso in sè una sorta di fanatismo religioso latente che può sempre avere derive molto drammatiche, sia attraverso forme di “implosione” (pensiamo a certe forme di suicidio di massa), che di “esplosione” (fondamentalismo coercitivo, terrorismo).
Nel caso del terrorismo di matrice musulmana i due aspetti sono presenti. Sciocca sentire di giovani europei convertiti all’Islam che hanno brandito le armi per predisporsi ad essere possibili vettori di morte a casa propria.
Così come sciocca il sentire il nome di Dio a suggello di massacri e attentati. Nel grido dei Crociati: “Dio lo vuole”, come nel grido dei terroristi islamici Allah u Akbar (Dio è Grande) c’è la degenerazione di un percorso credente. È da riprendere la differenza tra religione e fede. Mentre la prima nasce dagli uomini ed è diretta verso la divinità, la seconda nasce da Dio ed è rivolta agli uomini.
Mentre nella religione conta ciò che l’uomo fa per Dio, la spiritualità nasce da quel che Dio fa per gli uomini. Nella religione è sacro il Libro. Nella fede è sacro l’uomo. Nella religione è importante il sacrificio, nella fede l’amore.
Oltre il terrorismo internazionale, come Lei ha avuto modo di sostenere, vi sono tante guerre in corso nel mondo ed attorno noi, che fingiamo di non vedere e di cui siamo indirettamente corresponsabili nel sistema globale dei consumi. Perché? E perché la sobrietà, come ha fatto capire, può essere rivoluzionaria nella ricerca delle strade della pace?
Da tempo la Chiesa parla di peccato strutturale sdoganando il peccato come fatto puramente individuale e solitario. Parlare di peccato strutturale è fare riferimento ad un sistema di vita sbagliato e tacitamente accettato, avallato e consolidato in una società o in un insieme di società civili.
La sobrietà, l’essenzialità divengono scelte di vita che ci restituiscono la capacità di riappropriarci del libero arbitrio sfuggendo ai condizionamenti mediatici di massa e risanando percorsi culturali abulimici.
Il consumismo fine a sé stesso, la logica del possesso o dell’apparire come realtà vincenti devono cedere il passo alla logica del dono e del valore dell’altro.
Solo la capacità di ridurre l’ingombrante presenza di sé per lasciare spazio all’altro diviene opportunità di vita per tutti.
Anche a livello economico la capacità di ridurre consumi sfrenati in consumi intelligenti ed essenziali può dare una mano nella ricerca di vie che ridimensionino la domanda di sempre nuovi approvvigionamenti di minerali, risorse energetiche, cibo o quant’altro essere utile alla vita di tutti ma che invece viene destinato a vantaggio di pochi.
È questione di giustizia, di ridistribuzione delle risorse, di perequazione sociale a livello internazionale. Si devono realizzare nuovi stili di vita.
Non ci sarà pace finché non riusciremo a ridimensionare la nostra vita a vantaggio di tutti.

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