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Da Rossano a Lipsia, triste fuga dal Sud: la storia di due giovani in cerca di futuro

La storia dell’ennesimo stillicidio di capacità, competenze, energie migrate verso quella Germania che – alla stregua di cinquant’anni fa – è tornata a essere terra di corsa all’oro

di MARTINA FORCINITI
rossanoChe l’Italia stia seriamente ipotecando il suo futuro è ormai un dato di fatto. E il debito più insostenibile che si ritrova sul groppone lo ha contratto con i suoi stessi figli. Quei 250mila giovani che in dieci anni, con il cuore gonfio e la valigia appesantita dal tradimento subito, hanno detto addio a monti e acque del Bel Paese per andare a cercare fortuna all’estero. Le storie di chi emigra con una o anche due lauree in tasca diretto verso una fetta di mondo, hanno un retroterra di interpretazioni comune; che svela in un lavoro malpagato, precario e spesso sessista la prima causa di abbandono del proprio nido. È la metafora di una separazione sofferta da quei luoghi del cuore che hanno però impedito a migliaia di ragazzi della periferia italica di intravvedere prospettive concrete. È la realtà di una platea sempre più ampia di uomini e donne, soprattutto del Mezzogiorno (la vera, sgangherata Cenerentola d’Europa) che – con o senza “pezzo di carta” cucito nel taschino – se ne va. Lontano. Appena può.

Lo ha fatto, non senza averci prima provato, una giovanissima coppia di cui oggi L’Eco vi racconta. La storia dell’ennesimo stillicidio di capacità, competenze, energie migrate verso un lido più attraente, quella Germania che – alla stregua di cinquant’anni fa – è tornata a essere terra di corsa all’oro. «La Germania ci ha offerto quello che cercavamo – ci raccontano questi due ragazzi, talenti fatti in casa da Corigliano Rossano e presto sposi, fuggiti tristemente via per tentare di costruire il proprio futuro. Per provvedere alle esigenze di una futura famiglia -. Qui c’è una forte richiesta di lavoratori un po’ in tutti i settori ed è stato piuttosto facile per entrambi trovare un impiego. Quell’impiego stabile che purtroppo, a casa nostra, non ci è stato garantito, insieme a un vero e proprio contratto regolare e delle condizioni accettabili».

BENVENUTI IN GERMANIA: LAVORO A PORTATA DI MANO, VITA SOCIALE AZZERATA

Ed eccoli quindi a tu per tu con quel Willkommen in Deutschland; un “Benvenuti in Germania” che trasuda rigidità, freddezza, ma anche lavoro a portata di mano. E che infatti, con sommo stupore di entrambi, è arrivato senza troppi sforzi. «Dopo solo due mesi circa sono riuscita a trovare lavoro in un laboratorio analisi come biologa, la professione per cui ho studiato e fatto sacrifici per anni. Il mio compagno, dopo un inizio in gelateria ed alcune esperienze come saldatore, attualmente lavora stabilmente come operaio nel settore delle lavorazioni metalliche». Una destinazione privilegiata, la Germania, terra promessa del tasso di disoccupazione più basso d’Europa. «Qui il senso del lavoro è di certo forte: è normalissimo andare a lavorare ogni giorno anche a 60-70 Km da casa e non lamentarsene affatto. E una diretta conseguenza di questo sistema che gira fortemente intorno al lavoro rende la vita di tutti i giorni un binomio casa-lavoro, lavoro-casa».

La vita sociale è azzerata, austera. Dal punto di vista socio-culturale diametralmente opposta a quella condotta nella nostra Italia. «Noi italiani abbiamo il rito del caffè con l’amico, della colazione al Bar… Qui non ne conoscono quasi l’esistenza. Questa è stata una delle circostanze causa delle nostre prime difficoltà di ambientamento: una certa rigidità nelle regole e dunque una mancanza di flessibilità, che sembra ai nostri occhi eccessiva ma che probabilmente è ciò che fa funzionare con efficienza questo Paese, in pressoché tutti i settori. Si veda la sanità: qui si è obbligati a stipulare un’assicurazione sanitaria la quale garantisce la possibilità di fare visite specialistiche senza ulteriori costi aggiuntivi».

«TORNEREMMO, SE CI FOSSERO LE CONDIZIONI»

La nostalgia per l’Italia, però è una costante. «Il cibo è un tasto dolente: è forse quello che ci manca di più della nostra terra. I profumi, i sapori, non hanno nulla a che vedere con le prelibatezze delle nostre radici culinarie; provano ad imitare la cucina italiana, ma con scarso successo. Abbiamo lasciato il nostro paese, è vero. Ma ciò non implica che lo abbiamo fatto a cuor leggero. Se avessimo in futuro la possibilità di trovare le stesse condizioni che ci hanno permesso di stabilirci qui, torneremmo senz’altro».


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