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Rossano, la vigilia di Natale tra usi, consuetudini e cucina d’altri tempi

Il tipico baccalà rossanese

La vigilia di Natale è per molti, e non a torto, il giorno più bello dell’anno. Una giornata speciale, dal profondo significato religioso. A Rossano, così come in ogni luogo del mondo, è la serata da trascorrere in famiglia. La tradizione dice questo. Si sta tutti insieme, attorno alla tavola o al camino. Il riabbraccio con parenti lontani, i piatti tradizionali, panettone, spumante, tombola e carte. Ma come sono cambiati i tempi… Una volta c’era più sincerità. Più amore tra familiari. I tempi sono cambiati. Ma la tradizione culinaria è rimasta quasi inalterata. Con il pesce a farla da padrone. Anche se in altri luoghi esiste un piatto tipico e peculiare. A Cosenza, ad esempio, c’è la pasta con alici e mollica di pane. Un piatto tipico e identitario di tutta Cosenza e hinterland. Ma la tradizione culinaria calabrese è così varia da non riuscire a contenerla nemmeno in un volume. Un discorso a parte per i dolci. Di ogni tipo. Crustuli, turdiddri, pasta a confetti, scaliddi… Immancabile il vino, preferibilmente fatto in casa. Rosso e anche bianco. Insomma, tra cibo, vino e dolci, l’importante è stare in compagnia. La sera della vigilia è dedicata alla famiglia. In tanti, poi, verso le undici si recano in chiesa per la veglia di Natale. In fondo, il Natale è una festa dedicata al Bambino Gesù. Tutto il resto viene dopo.

A ROSSANO IL BACCALA’ LA FA DA PADRONE, MA C’ERANO ANTICHE PIETANZE ORMAI DIMENTICATE

I pomodori rossi seccati da soffriggere con le olive nere

A Rossano il pezzo forte è il baccalà. Cucinato con il pomodorino, il porro e la cipolla. E buona dose di peperoncino piccante. In polvere e pezzettini. E poi ancora fritto e in umido. Non è consuetudine fare la pasta. Ma si “rimedia” con una bella impepata di cozze con spruzzata di peperoncino in polvere, insalata di mare, calamari ripieni, alici scattiate, gamberoni. Non manca la carne, con la salsiccia e le rape. Ma ci sono alcune chicche, della cucina cosiddetta “povera” rossanese: i pomodori secchi soffritti con le olive nere, il cavolfiore fritto, le “cipuddizze”, cipolline selvatiche cucinate con aceto, olio, pepe rosso in polvere. Ci sono poi alcune pietanze, che sono quasi scomparse, come i pomodori bianchi con patate. E ancora i fichi conservati in una cassa, da cui ricavarne poi lo zucchero. Altre due chicche, che non esistono più, ma che erano molto usate: le ‘ncidde, ovvero la buccia di melone ricavata d’estate dal frutto e conservata tagliata a fettine sottili. La sera della vigilia le si soffriggeva con olio e si mangiavano con il pane arrostito al camino. Oppure ancora le bucce dei fichi d’India. Si, le bucce dei fichi d’India, avete capito bene. Sempre d’estate una volta sbucciato il frutto, si spinavano le bucce e si tagliavano a fettine sottili. Poi si facevano essiccare. E la sera della viglia di natale si cucinavano con peperoni e pomodori. Per contrastare il sapore dolciastro, si usava mettere tanto peperoncino.

Tradizioni culinarie di una volta. Qualcuno resiste ancora, ma ormai oggi si hanno altri gusti. I tempi sono cambiati.


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