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Rossano, la chiesa dell’Annunziata un deposito di materiale edile

annunziataA chi di noi non è mai capitato di passare e ripassare da un luogo e non accorgerci di una strada, di un sentiero, di ruderi di un’antica chiesa o palazzo. Ecco, questo è ciò che succede il più delle volte lungo le strade calabresi che nascondono quel “Tesoro Italia”, per citare il programma di Rai Tre “Presa Diretta”, ancora tutto da scoprire.
Con questo intento, la nostra attenzione ritorna nella zona più antica di Rossano, quella lungo il torrente Celadi, l’area più mistica ed ancora per certi versi inesplorata. Il Celadi scorre caratterizzando morfologicamente una vallata, in cui seminascoste da una vegetazione fitta e rigogliosa, si aprono cavità ed aperture che formano le grotte e le lauree della zona sottostante l’oratorio bizantino di San Marco.
Il Celadi dà il nome anche all’alternativa via di comunicazione che permette di collegare lo Scalo di Rossano con il Paese, quella Strada provinciale 192, troppo spesso interessata da interruzioni per frane e dissesti e che porta ogni giorno centinaia di alunni ed insegnanti, verso il Liceo Classico S. Nilo.
Chissà in quanti passando e ripassando, assonnati nelle mattinate scolastiche o i preoccupati residenti che macinano quei chilometri fino allo Scalo, ormai ad occhi chiusi, si sono mai accorti che ad un certo punto del percorso, un cartello (manca la segnaletica turistico-culturale) arrugginito e piegato dal tempo e dall’incuria, indica “Chiesa dell’Annunziata, località Celadi”. Appunto, verrebbe da dire, il cartello c’è ma indica una struttura completamente abbandonata, distrutta e senza copertura, che può solo lasciar immaginare ciò che è stata. Eppure lì, in mezzo ad un panorama disseminato da grotte e da mulini, la chiesetta dell’Annunziata resta immobile testimone di sè stessa, della sua fondazione che orientativamente sembrerebbe rinascimentale e di ciò che ne rimane dell’intero complesso.
Sulla facciata principale si aprono un portale a sesto acuto (ad ogiva) ed un oculo: il resto è preda della vegetazione selvaggia che vive nutrendosi di pareti umide lasciate alle intemperie. L’interno doveva presentare affreschi ed un pregevole rosone rinascimentale, che negli anni scorsi è stato trafugato, gioco forza per il completo stato di abbandono da parte degli organi preposti alla salvaguardia dei Beni Architettonici, oltre che dalle amministrazioni comunali ed oggi deposito di materiale edile. Davvero in pochi si sono interessati a questa triste faccenda che accomuna i nostri beni culturali sparsi qua e là, se non qualche amante e studioso dell’arte. Sono anche, questi, i marcatori identitari sui quali una città d’arte come Rossano dovrebbe investire di più. Anche soltanto per sottrarli all’oblio e, purtroppo, alle ruberie.

s. t.

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