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Rossano è in festa: Onofrio, il Santo dei pastori e del popolo

 

Quest’oggi si festeggia un’antichissima festa patronale dedicata a Sant’Onofrio. Di seguito il contributo di Francesco Filareto che ci ricorda come la memoria sia identità di appartenenza di una comunità

Da tempo immemorabile, a Rossano, nel mese di Maggio il popolo in tutte le sue articolazioni e con grande affluenza di gente di tutte le età fa memoria con feste corali in onore di tre presenze religiose nella città:  Santa Maria la Nuova Odigitria del Patìr o Patìre o Patìrion il terzo venerdì, Sant’Onofrio la terza domenica, Santa Maria del Pilerio o della Porta Rupe l’ultimo sabato del mese. Quest’anno, però, il corona-virus tiene i Rossanesi a casa con la speranza e l’impegno di riprendere presto le tre iniziative.        

La terza domenica di Maggio (quest’anno il 17) a Rossano (invece nel calendario greco-bizantino la festa cade il 12 giugno) si celebra e si festeggia, Sant’Onofrio nell’omonima contrada montana, designata un tempo con i nomi di Pietra Cattolica e Ramo Angelica (dall’800 note rispettivamente come Pietrattolica e Ramicella).      

Una festa dei pastori e del popolo – probabilmente la o una delle più antiche d’Italia – che, ad un mese circa dall’inizio dell’equinozio di primavera (21 marzo), invoca la protezione del Santo eremita persiano-egiziano per propiziare una proficua stagione della transumanza. Essa è molto partecipata soprattutto dai cittadini dei paesi montani della Sila Greca, segnatamente da quelli di Rossano, Longobucco e Paludi.

Il perno della festa è il simulacro del Santo: una statua lignea di straordinaria bellezza, che ritrae il Santo eremita seminudo e in regale posa, con barba e capelli lunghi, sommariamente coperto da un panno di foglie, regge con la mano destra a mo’ di scettro il bastone di appoggio dei pastori e con la sinistra le offerte votive dei fedeli (“ex voto”), ha per corona un intreccio di rose e fiori di campo (omaggio filiale da parte delle donne delle contrade limitrofe), per compagno di viaggio la riproduzione di un’accovacciata “bianca cerva, che lo nutrì per tre anni, donatagli da un Angelo” (“Vita di S. Onofrio”).

La statua viene portata a spalla in processione per i viottoli attorno alla Chiesetta, accompagnata da musica, canti e preghiere da parte dei fedeli; un devoto dietro la statua reca un lungo bastone ramificato, detto “majo”, ricavato dalla pianta arborea longeva e beneaugurale del sambuco (che, nella lingua del popolo, è noto con il nome di “majo”, perché fiorisce nel mese di maggio, e le cui inflorescenze vengono tuttora utilizzate per gustose frittelle, note come “i majateddi”,  e  per “pitte” altrettanto fragranti) oppure della “fisciògnola” (agrifoglio).  Ai tanti rami sono appesi numerosissimi “taraddi ”, a base di semi di “ranzo” o anice e fatti in casa da sapienti mani di donne.  I “taralli ”, nella nostra antropologia demologica,  sono i  simboli del lavoro dell’uomo e le offerte votive al Santo  del  popolo  per grazia ricevuta  o  per richiesta di aiuto/protezione;   essi  hanno la forma di due cerchi intrecciati, perché per noi, discendenti dei Greci e dei Bizantini e della loro Civiltà mediterranea, la forma geometrica della circonferenza è la rappresentazione visiva, per un verso, del vincolo di alleanza tra il profano e il sacro, tra l’umanità del popolo e la santità di Onofrio, e anche, per l’altro verso, della “ciclicità” o del senso ciclico della vita umana, fatta di “andare” e ”ritornare”, di “fuga” e ”ritorno”, di “èxodos” e ”nostos”; viceversa, i due cerchi intrecciati sono il simbolo dell’”anaciclòsi”, ossia della ciclicità che si ripete o dell’”eterno ritorno” o dei “corsi e ricorsi” o del ritmo dialettico triadico, che   regola le leggi del cosmo, della periodicità della natura, delle fasi della storia dell’umanità e dell’uomo singolo e associato.

 A conclusione della processione e della fase religiosa della festa il parroco della contrada con-celebra la messa con la partecipazione della popolazione all’aperto sulla spianata di fronte alla Chiesetta del Santo.

Seguono i momenti laici della festività.  Innanzi tutto, si tiene l’ “incanto” da parte di esperti rappresentanti del “Comitato di S. Onofrio”, ossia la messa all’asta dei “taraddi del majo” e di prodotti lattiero-caseari, conserve alimentari, insaccati, vino, animali d’allevamento, offerti generosamente dalle famiglie del territorio al Santo e il cui ricavato viene utilizzato per le opere di manutenzione della Chiesetta, della ripida strada di accesso al luogo sacro e per le iniziative correlate alla festa; fino a qualche decennio fa i pastori gareggiavano tra di loro al tiro al bersaglio con i loro fucili.

La festa si conclude con la convivialità gioiosa, degustando le produzioni rigorosamente caserecce e identitarie, messe a disposizione dalle famiglie, condivise con amici e ospiti occasionali; il tutto è allietato da antichi racconti, canti d’amore, tarantelle eseguite con gli strumenti musicali tipici della tradizione dei pastori (“ciaramella”, zufoli, chitarra battente, organetto).

Chi è Sant’Onofrio ?

Onofrio è il Santo dei pastori e del popolo.

Le notizie su Sant’Onofrio si trovano nella “Vita” del Santo, scritta, verso la fine del sec. IV, da San Pafnuzio (che raccolse dalla viva voce del Santo la sua storia personale e le sue ultime volontà); essa sarà ripresa, poi, nel sec. VII, da S. Giovanni Climaco e, nel 1928, da Fra’ Alberto Lepidi.  Dette biografie o agiografie ci informano che il Nostro visse per 70 anni circa, nel IV sec., al tempo dell’Imperatore romano Costanzo II (317-361), figlio di Costantino, e dell’imperatore d’Oriente Flavio Valente (328-378), era figlio di un re di Persia, si convertì al Cristianesimo ed entrò in un Monastero. Ben presto, però, influenzato dal modello della religiosità personale e solitaria (testimoniato dal profeta Elia, da San Giovanni Battista, da Sant’ Antonio Abate etc.), abbracciò per il resto della sua vita il monachesimo eremitico o anacoretico nella zona ascetica montana della Tebaide nell’alto Egitto, dedicandosi esclusivamente al rapporto diretto con  l’Assoluto.  Benchè solo  e  in compagnia soltanto di Dio, ultimo tra i poveri, ebbe molti proseliti e fu “exemplum”, un modello di riferimento e di attrazione nel mondo cristiano.  

La sua fama, giunta anche in Italia, quando questa fu tolta ai Goti dai Bizantini (535-553), si diffuse a tal punto sulla montagna di Rossano (nota come la zona ascetica dell’ “Oros Aghion” o Montagna Santa) e tra le comunità di pastori, che diede vita a un numeroso movimento monastico onofriano, concentrato in un Monastero dedicato a Sant’ Onofrio nell’alta valle del torrente Colognati.

Questo Monastero era molto famoso, tanto da indurre i Saraceni islamici della Sicilia a distruggerlo (983). Ma i pastori e il popolo conservarono per secoli e tuttora conservano di Sant’ Onofrio la memoria (tanto che, in non poche famiglie, continuano, anche oggi, a rinnovarne il nome nei figli), la rappresentazione del suo corpo statuario attraverso una statua lignea, il culto, la venerazione, la Chiesetta, la festa e una piccola grotta, rifugio e luogo dell’ascèsi personale degli ultimi eremiti, fino ad anni recenti del secolo scorso.  

La festa in onore del Santo dei pastori e del popolo si tiene su un ampio pianoro (probabilmente dal secolo VI in poi), a cui si accede prevalentemente a piedi in pellegrinaggio (risalendo il Colognati o scendendo dalla zona montana della Mimosa) e al cui centro si trova la Chiesetta di Sant’Onofrio.

Questa è ubicata nel fondo valle del torrente o fiumara (“jumara”) di Colognati, a pochi chilometri dalla sorgente e da una serie di cascate e laghetti, dentro un’ampia conca chiusa, tra i contrafforti della Sila Greca, circondata da boschi lussureggianti e da una ricca variegata vegetazione, che fanno di questo luogo un incontaminato, suggestivo, paradisiaco Parco Naturale Montano di “Rossano la bizantina”.

La Chiesetta è la trasformazione di un antico Oratorio o Romitaggio: un piccolo edificio superstite e ultima testimonianza architettonica di un complesso monastico risalente all’Alto Medioevo bizantino.                                                                                                                    La piccola Chiesa è ciò che resta dell’omonimo Monastero, edificato tra il VI e il X secolo, da monaci calabro-greci onofriani che si richiamano al modello e allo stile di vita  ascetica di Sant’Onofrio, detti impropriamente basiliani.  Questo Monastero, assieme ad altri numerosi Monasteri rossanesi (“perigèi” o ”sub-divali” o in muratura, come il San Giovanni Battista o “Santo Janni”, il San Salvatore, il Sant’Opoli o Arenario, il San Biagio di Vale, il Santa Maria la Nuova, il Santa Maria Roconiate, il Santa Maria Nuova Odigìtria o Patìr o Patìre o Patìrion), agli altrettanto numerosi Laure ed Eremi (“ipogèi” o ”sotto terra”, ricavati in grotte tufacee, come quelli di San Marco, di San Nicola al Vallone, di Pente, di Rupe San Giovanni, di Calamo grotte, di Forello, dei “Santi Patri” del Patìr ecc.) sono  operanti e attivi per secoli sui monti rossanesi, tanto che questi diventano famosi come l’ “Oros Aghion”, ossia la        

 “Montagna Santa” della  bizantina Rossano, la zona asceta fra le più importanti dell’Italia Meridionale.       

Il fiorente Monastero dedicato a Sant’Onofrio è distrutto, all’alba  dell’Epifania del 983, dai Saraceni musulmani della Sicilia, comandati da Alimech Machevil e guidati da un delatore rossanese schiavo degli islamici; i Saraceni, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, dopo aver risalito il torrente Colognati ed essersi nascostisi nella boscaglia, attesero “l’ora dei divini uffici, onde il numero dei fedeli ivi radunatosi fosse maggiore” e attaccarono i presenti, che, nonostante la loro eroica resistenza, furono sopraffatti, tanto che molti furono uccisi e altri furono fatti schiavi; soltanto “pochi riuscirono a fuggire”; dopo di che i Saraceni, prima di ritirarsi, abbatterono il Monastero.  I superstiti, negli anni successivi, costruirono con i resti del complesso monastico un Oratorio, un Eremo, un Romitorio, sempre dedicato a Sant’Onofrio.

Questo piccolo centro di incontro e di preghiera è esistente al tempo dell’Arcivescovo Teofane Cerameo (1131-43). Nel 1216, è una “grangia” (ossia un’azienda agricolo-pastorale, costituita da piccoli edifici e terreni e gestita da monaci) del Monastero del Patìr, del cui immenso patrimonio immobiliare è parte integrante, come attesta la bolla di quell’anno da parte del Papa Onorio III a Nicodemo, Abate del Patìr, che conferma la protezione papale al Monastero e i beni patrimoniali dei quali si fa un chiaro elenco. Successivamente passa con tutto il suo territorio all’Universitas civium ossia alla città di Rossano e da questa, poi, nel 1690, venduto ai Borghese di Roma, principi di Rossano, che lo terranno per 120 anni. Nel sec. XVII, ci ricorda il primo storico rossanese, Carlo Blasco (1635-1707), esiste ancora una  “parte dell’antico Monastero dedicato al Santo eremita Onofrio”,  dove “i monaci eremiti” continuano l’antica tradizione della festa dedicata al loro Santo e curano il Romitorio. Nel successivo sec. XVIII, il piccolo luogo sacro è ancora frequentato da eremiti, infatti in esso vi è seppellito, nel 1781, il monaco Antonio Fusaro Aeropagìta.  Soltanto nel 1810, durante il Decennio francese, con la “legge eversiva della feudalità”, il piccolo Romitorio monastico e gli immensi boschi della montagna di Sant’Onofrio ritornano  definitivamente  e  fino ad oggi ai  beni demaniali del Comune di Rossano.                                                               

L’antico Oratorio-Eremo, è stato riattato, negli anni 1832-36, dal Sindaco Michele Romano e successivamente restaurato, negli anni 1990-92, dall’Amministrazione Comunale del tempo (Sindaco Tonino Caracciolo, Assessore alla cultura lo scrivente, promotore degli interventi pubblici), su sollecitazione del “Comitato di Sant’Onofrio” (Presidente Nilo Avena).

L’Oratorio-Eremo, un tempo riservato all’“ascèsi comunitaria”, ossia alle pratiche religiose vissute insieme dai monaci, diventa poi una piccola Chiesa aperta al culto soltanto nel  mese di maggio. Esso è il nucleo portante della contrada montana di Sant’Onofrio, la quale, per secoli, è un’area di sosta della transumanza, di attività commerciali delle tipiche e identitarie produzioni agro-alimentari montane, è ricca di pascoli ed è, inoltre, caratterizzata da un fitto bosco di alberi di alto fusto (sicuro rifugio dei ribelli briganti pre e post-unitari).

Il bosco di Sant’Onofrio, fino a tempi recenti, ha animato una buona economia della montagna, che ha fornito legname da ardere e per le costruzioni, carbone, prodotti lattiero-caseari, selvaggina, frutti del sottobosco, la famosa “pece brezia”, la “manna” (ricavata  dall’intaglio dei  frassini silvestri), le ghiande e – soprattutto –  le castagne.

A queste ultime, dette “il pane dei poveri”, è legato “lo sbarro delle castagne” (ossia il frutto caduto a terra, di proprietà demaniale comunale e quindi rientra negli Usi Civici dei cittadini rossanesi), un episodio, datato al 1867, delle imprese leggendarie del più famoso capo-brigante di questo territorio, Domenico Straface, noto come “Palma”, il “re della montagna”, il “masnadiero romantico”: questi, resosi conto dello stato drammatico di sfruttamento, di miseria e di fame del popolo minuto rossanese mandò un messaggio perentorio al Sindaco pro tempore (Gaetano Toscano) e all’Amministrazione Comunale di Rossano di revocare la disumana e illegittima disposizione di divieto di raccolta e, quindi, di autorizzare i poveri della città a poter raccogliere gratuitamente le castagne del bosco di Sant’Onofrio: l’ordinanza sindacale viene subito ritirata.  

Il Vasto territorio di Sant’Onofrio, inoltre, è un luogo estremamente importante e significativo dell’identità culturale di appartenenza delle popolazioni della Calabria jonico-silana, testimonianza visibile e forte della “Mesògaia”, ossia della Civiltà della montagna, che, formatasi al tempo degli “Enotrii” e dei “Brettii” (secc. XVII-II a.C.), consolidatasi durante il Medio Evo (secc. V-XV), resiste tuttora, sia pure faticosamente, ma con la dignità e la fierezza dei montanari.

È la Civiltà di chi ancora continua ad amare la montagna, di chi continua a vivere e ad operare nelle zone e nei paesi dell’interno, continua a fornire al mercato produzioni agro-alimentari di eccellenza, difende la propria cultura e le proprie tradizioni identitarie.                                                           

Luoghi di preghiera, di contemplazione, di pace, di silenzio, di dialogo con la Natura e l’Assoluto, la Chiesetta e i boschi montani di Sant’Onofrio, la cui cornice ambientale è di una bellezza straordinaria e mozzafiato, sono rimasti molto cari soprattutto al popolo, particolarmente ai pastori e ai contadini, e da questi, ancora oggi, nonostante il mutare dei secoli, sono amorevolmente custoditi e venerati.

Francesco Filareto


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