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Rossano: coesione sociale contro i terroristi, intervista al Sottosegretario agli Esteri Mario Giro

di ROSSELLA MOLINARI

mario-giroLa paura è giustificata, ma che non si trasformi in psicosi. E, soprattutto, che non si mettano in atto fenomeni di isolamento o, peggio ancora, di ghettizzazione che rischiano di diventare estremamente pericolosi. Lo scenario internazionale spaventa, mentre la globalizzazione e il multiculturalismo sono due costanti del nostro tempo. E se la prima, oltre a facilitare le comunicazioni facilita pure il reclutamento dei “nuovi terroristi”, è sulla seconda che bisogna puntare per evitare che alcune comunità restino isolate. Il che, se da una parte rende più complicata ogni attività di indagine, dall’altra rischia anche di alimentare pericolosi focolai. Gli ultimi avvenimenti generano inquietudine e paura ovunque. E da queste parti la presenza di un carcere, ormai l’unico in Italia, che ospita detenuti condannati per terrorismo internazionale, alimenta nuovi timori. Resta, comunque, finora a queste latitudini, l’esempio positivo di buona integrazione tra comunità di nazionalità e religione diverse. Ed è proprio la coesione sociale la strada da perseguire. Ne è convinto il Sottosegretario agli Esteri on. Mario Giro, che martedì prossimo 1 dicembre sarà a Rossano, alle 17,30 a Palazzo San Bernardino, per presentare il suo ultimo libro “Noi terroristi. Storie vere dal Nordafrica a Charlie Hebdo”. In un’intervista ne anticipa qualche passaggio, analizzando la situazione a livello generale con qualche accenno di respiro un po’ più locale.

Come nasce questo libro e perché?
Questo libro nasce da una storia particolare che ci riporta a quelli che potremmo definire i “pionieri” del terrorismo. Parliamo di cittadini di seconda e terza generazione, presenti nei Paesi ospitanti, che ci fanno entrare in una dimensione particolare, con delle riflessioni e degli spunti interessanti. Si parte, appunto, da un episodio verificatosi il 25 luglio del 1995 a Parigi, quando è esplosa una bomba nella stazione Rer di Saint Michel, causando otto morti e 117 feriti. L’attentato viene poi rivendicato dal Gia, il gruppo islamico armato algerino. Lo scorso 7 gennaio, sempre a Parigi, si consuma un altro attentato, nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo: vengono uccise dodici persone tra giornalisti, impiegati e un poliziotto. A vent’anni di differenza la matrice dei due episodi è la stessa: quella del jihadismo. E sono simili anche le storie degli stessi terroristi.

Nel libro si parla dei nuovi jihadisti, cosa emerge?
Oggi siamo di fronte ad una “nuova versione” del terrorismo, ma vi è una continuità di persone, nel senso che i protagonisti di allora e quelli di oggi sono legati da vincoli di conoscenza. Emerge quindi che le filiere proseguono, attraverso il filo comune delle persone. Attualmente parliamo di “foreign fighters” di casa nostra, ossia di soggetti che vivono e hanno intessuto relazioni sociali nei nostri Paesi. La situazione, che io ritengo possa durare ancora a lungo, richiede interventi adeguati. Va affrontata con strategia e in maniera tempestiva. A differenza dei primi atti di terrorismo, oggi vi prendono parte pure le donne: anche loro si sottomettono ai “maestri del male”. È inoltre cambiato l’approccio iniziale: mentre prima ci si radicalizzava più che altro in carcere e nelle moschee, clandestine o meno, oggi lo si fa davanti al monitor di un computer. Il terrorismo oggi recluta soprattutto attraverso il web, il che fa emergere la potenzialità di diffusione del fenomeno che, seppure limitato ad un piccolo numero rispetto al resto della popolazione musulmana, ha una forza tale da riuscire a mettere in ginocchio intere metropoli.

A Rossano vi è l’unico penitenziario in Italia destinato ad ospitare i detenuti arrestati e condannati per terrorismo internazionale. Ritiene che, anche alla luce degli ultimi fatti di Parigi, e non solo, possa essere un obiettivo sensibile?
Non credo che sia questo il punto. Non ci sono obiettivi sensibili e obiettivi non sensibili. Dobbiamo mantenere alta l’attenzione sempre e ovunque.

La città di Corigliano Calabro, oltre ad essere interessata dal fenomeno degli sbarchi di migranti, fa registrare una forte presenza di cittadini stranieri di diverse nazionalità. Vi è anche una moschea dedicata al culto dell’Islam. Al momento si registra una buona integrazione sociale nonostante tutto. Crede che oggi vi possano essere rischi o pericoli?
No, al contrario. Ritengo che si debba creare e favorire la coesione sociale. È la ghettizzazione che diventa pericolosa e che, tra l’altro, rende anche difficile il lavoro di intelligence. Dobbiamo partire dal presupposto che la comunità musulmana è oggetto di contesa tra i “moderati” e i “radicali” e se la isoliamo rischiamo di favorire la sua radicalizzazione. Io credo che ci sia bisogno, invece, di aiutare la comunità musulmana ad inserirsi nel nostro territorio, a partecipare alla nostra vita e ad integrarsi con il nostro tessuto sociale. Solo così, attraverso la conoscenza e l’accettazione, eviteremo che si formino delle pericolose “zone grigie”.

Oggi prevale spesso la paura, che molte volte si trasforma in psicosi. La ritiene giustificata?
La paura è giustificata, certo. Ma non deve trasformarsi in psicosi.

Cosa potrebbero e dovrebbero fare le Istituzioni a tutti i livelli in termini di sicurezza?
Innanzi tutto poiché qualsiasi sistema di sicurezza possa funzionare al meglio è necessario che i cittadini facciano di tutto affinché nessuna comunità sia isolata o chiusa in se stessa. Le istituzioni stanno facendo del loro meglio per prevenire e combattere il fenomeno. Vi è da dire, inoltre, che proprio noi italiani abbiamo già una certa esperienza in termini di terrorismo interno, che abbiamo vissuto e subito in passato

Si legge spesso che la presenza della criminalità organizzata possa costituire una sorta di deterrente all’avanzare del terrorismo internazionale. Cosa ne pensa?
Beh, è una questione di controllo del territorio e, in questo caso, vi potrebbe essere una eterogenesi degli obiettivi. Non dimentichiamo, comunque, che il terrorismo jihadista riguarda la comunità musulmana e va affrontato in  maniera specifica.

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