Home / Breaking News / Ritorno alla terra: convince l’esperienza di Vito Senatore

Ritorno alla terra: convince l’esperienza di Vito Senatore

di SAMANTHA TARANTINO

vito-senatoreFare impresa in Calabria non è un’impresa impossibile. Anzi. Riesce a dare soddisfazioni e ad appassionare. Convincendo anche le nuovissime generazioni di laureati e futuri manager ad interpretare quello che Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, chiama il ritorno alla terra. Non quello nostalgico o romantico. Ma il ritorno alla terra di una leva di giovani sotto i 30 anni, con elevata formazione ed esperienze acquisite altrove. Capaci di far girare l’economia. È, anche, questa la storia di Vito Senatore (foto), ventiseienne, laureato in economia alla Luiss Guido Carli, residente a Rossano e responsabile commerciale della Senatore Vini, con sede a Cirò.
«Tradizione e innovazione. È, questo, il binomio che ci guida. La nostra è una famiglia di vitivinicoltori dalla fine del 1800. Nel 2005 abbiamo ideato il brand dell’unicorno, simbolo mitologico a cui ci ispiriamo per ricercare esclusività ed emozioni nel nostro prodotto, con un aggancio costante al terroir ed alla storia di questa terra dalle millenarie tradizioni vitivinicole».
Qualità, non quantità! È, questa, la mission che la Senatore Vini insegue con caparbietà.
«Non volevamo creare l’ennesima cantina del cirotano in una filiera che potremmo quasi definire industriale. Per questo abbiamo impiantato dei vitigni con bassissima resa per ettaro. È stata una sfida imprenditoriale e culturale. Ogni ceppo, infatti, produce una quantità di uva inferiore al normale ma di qualità superiore. Un risultato che otteniamo facendo vendemmia ad obiettivo: in base alla tipologia di vino da produrre scegliamo quando andare in vigna. Questo per noi significa essere artigiani del vino, ecco perché non industriali! In un territorio che risulta ristretto per ettari vitati, il nostro valore aggiunto è puntare sulla qualità. E se devo essere sincero, come azienda possiamo dire ormai di trovarci in buona compagnia, non solo nel cirotano. Quella che la Calabria sta vivendo è, infatti, una vera e propria primavera del vino di qualità, un esempio vincente di ricerca dell’identità e di management al quale anche altri settori in questa regione guardano con attenzione».
In ogni buona officina artigianale, non c’è cosa più bella che sperimentare senza snaturare la tradizione.
«Una vera e propria scommessa, quasi un azzardo, è stato affiancare ai vitigni autoctoni, vitigni nazionali e internazionali alle nostre latitudini. Così, per esempio, è nato “Alikìa”: un bianco del territorio cirotano con il traminer altoatesino che, trapiantato a 70 metri sul livello del mare, ha acquisito tutte le proprietà del terroir. Il suo sapore, quindi, è completamente diverso dall’originale: è profumato, equilibrato, morbido».
Collaborazione tra aziende? Senz’altro, se l’obiettivo comune è valorizzare la Calabria capace di distinguersi ed emozionare l’ospite. Soprattutto a tavola.

«Cerchiamo di collaborare con tutte le aziende calabresi, non solo quelle agroalimentari, a patto che condividano un progetto complessivo di riappropriazione identitaria e di marketing territoriale.
Il nostro leit motiv è promuovere nel mondo il nostro prodotto insieme al nome di Cirò, Città del Vino e di Lilio, inventore del calendario moderno. E con Cirò promuoviamo il nome della Calabria produttiva migliore».
Attraverso il vino si narra un territorio ed una storia. Catturando il turista. «Il vino è cantina, ma anche vigna, paesaggio, storia, architettura, monumenti, cucina, artigianato, tradizioni, in una parola cultura. E quindi terroir. È con questa filosofia che progettiamo iniziative di enoturismo attorno alla nostra terra. L’ospite, catturato da un buon calice di vino, da sapori capaci di emozionare a tavola e dalla capacità di accoglienza, non solo ritorna ma vuole conoscere tutto il contesto nel quale ed attorno al quale nasce il prodotto, sintesi di generazioni e storie passate».

Commenta

commenti

1 Commento

  1. Ornella Mamone Capria

    Siamo orgogliosi che giovani ritornino alla terra e vorrei sottolineare che altri giovani con competenze tecnico-scientifiche acquisite negli istituti agrari possono gestirla e curarla

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*