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Referendum, il paradosso Calabrese

Di SAMANTHA TARANTINO

piattaforme-interessateAbrogare sì, abrogare no.
A pochi giorni dall’ultimo quesito referendario, in cui per l’ennesima volta l’Italia non ha raggiunto il fatidico quorum, di fatto, la nostra Nazione resta l’unico paese europeo con impianti estrattivi prorogabili a volontà e fino a quanto il giacimento lo consente. 15 milioni e 800mila gli Italiani che si sono recati alle urne di cui ha votato Sì l’85,84 % (contro il 14,16 dei No). In Calabria, con una percentuale di votanti del 26,69% con uno schiacciante Sì espresso dal 93,02% di questi, si conferma quella forma di indolenza che stride con una questione che interessa realmente e maggiormente le coste del Sud Italia. Tuttavia, consoliamoci con un primato per la provincia di Cosenza che, con il 29,95% di votanti recanti alle urne, ha in qualche modo registrato il dato migliore tra le province calabresi. Certo, ben lontani dalla “cugina” Basilicata, anch’essa interessata dalle perlustrazioni estrattive, che, insieme alle Isole Tremiti, è stata l’unica regione a raggiungere il quorum. Un successo frutto di una giusta e convincente campagna dell’attivo movimento No Triv e di altre associazioni, primo fra tutte la No Scorie Trisaia, con il suo portavoce Felice Santarcangelo.
Da Rocca Imperiale, che con il suo 45,36% è stato il comune con la percentuale di votanti più elevata, scendiamo a Corigliano, con il 36,18%, e a Rossano, con il 33,05%, fino a giungere ai risicati dati di Cariati, il 27,07% dei votanti. Una Sibaritide che avrebbe dovuto muoversi in massa in quanto interessata in prima linea dalle nuove strategie energetiche nazionali governative. Così non è stato forse perché i cittadini non sono stati ben informati o forse perché vivono in questo territorio troppi pseudoambientalisti.

Ebbene, a conti fatti, il Mare Jonio, e in particolare il Golfo di Taranto, sarà oggetto di continue “attenzioni” senza essere salvaguardato e protetto come è accaduto invece per il Golfo di Venezia, escluso a conti fatti dalle trivellazioni petrolifere. I cittadini sono al corrente che, al momento, l’unico permesso di ricerca che gode del via libera nel Golfo di Taranto per effetto del D.M. del 9/6/2014 è quello presentato dalla Società Apennine Energy S.p.A. La zona di prospezione è quella che ricade nella Piana di Sibari, precisamente nel tratto di mare che si trova tra Sibari e Corigliano-Rossano.
Un permesso, questo, accordato unilateralmente dal Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante il parere contrario della Regione Calabria e di tutti i comuni che si sono interessati, tra cui Amendolara, Trebisacce, Villapiana, Cassano all’Ionio, Corigliano, Rossano, Calopezzati (ndr). La fonte di approvvigionamento sarà la terraferma e si arriverà al mare con una serie di pozzi esplorativi orizzontali e un conseguente grave danno ambientale per entrambi gli ecosistemi, per non parlare degli effetti su un’area costiera soggetta a erosione e liquefazione, con elevati rischi di inondazione (fonte No Scorie Trisaia, dr.ssa Cerra). Eppure, in alcune zone, si convive con piattaforme estrattive già da alcuni anni. Si veda ad esempio il caso Emilia Romagna, dove entro le note 12 miglia, lungo le coste sono presenti ad oggi 15 concessioni di estrazione di gas e non di petrolio, per 47 piattaforme collegate a 319 pozzi. Sebbene queste estrazioni diano un contributo irrisorio al fabbisogno energetico della Nazione, continuano, nonostante tutto, a permanere anche inutilizzate, con la conseguenza di gravi danni al sottosuolo che, a causa della subsidenza, sta perdendo porzioni di spiagge e riviere. C’è da dire, a ragion del vero, che, nelle zone con attività estrattiva in atto, non ne risentono i flussi turistici ‒ che continuano a essere in costante crescita ‒, l’agricoltura e il mercato ittico.
Tant’è, ma nella nostra Regione non riusciamo a far decollare il turismo, l’agricoltura sta vivendo uno dei periodi più neri e, dulcis in fundo, non siamo neanche riusciti a raggiungere il quorum al Referendum. Questa è la storia a cui ormai ci stiamo tristemente abituando. Vero è che l’Italia non ha mai risposto in massa alla chiamata referendaria, in particolar modo a quelle abrogative. In molti casi, non si è raggiunto il quorum. Il 3 giugno 1990 si è votato su 3 quesiti di iniziativa ecologista, due sulla caccia e uno sui pesticidi. I Sì sono più del 90%, ma il numero dei votanti non raggiunge il 50%; il quorum dunque sancisce il nulla di fatto. Il 18 aprile 1999 il Referendum per l’abolizione della quota proporzionale nel sistema elettorale per la Camera fallisce per pochissimo. Votano solo il 49,6%. Tra i votanti, il Sì ottiene il 91,5%, ma niente 50%. In sintesi, dal 1970 ad oggi, 6 Referendum su 7 non hanno raggiunto il quorum.
A poche ore dal Referendum sulle trivellazioni, arriva la presunta testimonianza del petroliere Igor Tyrella: «Credo che bucheremo il suolo avellinese e pugliese che, secondo i nostri esperti, sono molto ricchi di materia prima, ma questa è un’altra storia. Per ora trivelliamo il mare, in futuro chissà, potremmo trivellare tutto».
Ecco, diciamo che, se anche si trattasse di una bufala, non siamo affatto rassicurati!

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