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Referendum Costituzionale: in Calabria “C’è che dice NO!”

Il Forum Riformista Calabria dice “No” alla proposta referendaria e dice “No” alla celebrazione della consultazione il prossimo 20 e 21 settembre

Il prossimo 20 e 21 settembre saremo chiamati a votare per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Ci verrà chiesto se siamo contrari o favorevoli alla riduzione di un terzo di seggi alla Camera, dove si passerebbe da 630 a 400 ed al Senato dove si passerebbe da 315 a 200. La delicatissima questione inerisce sull’assetto democratico del nostro Paese e, malgrado venga, e non a caso, semplicisticamente ridotta ad un dato numerico, in realtà nasconde diverse insidie, di non facile ed immediata comprensione, neanche per gli addetti ai lavori.

Partiamo con il chiarire che la questione, scaturita da certo populismo in voga, e passivamente subita dal resto dell’arco parlamentare, per “intuibili motivazioni”, è stata, volutamente, posta con modalità idonee a farla apparire come un’operazione vantaggiosa per l’economia del Paese, poiché incidente sui costi della politica, ed è stata, strumentalmente, alimentata dal dilagante malcontento. In realtà si tratta di una misura priva di efficace riformismo ed espressione di una visione meschina della politica e di un travisamento e svilimento della democrazia parlamentare attuato, nella migliore delle ipotesi con ignoranza e, nella peggiore, con gravissimo dolo.

Se è vero, infatti, che in questo momento storico, anche in virtù di un sistema elettorale inadeguato, il rapporto fiduciario tra elettore ed eletto è minato dalla percezione della rappresentanza come espressione di oligarchia più che di democrazia, è anche vero che non bisogna cedere alla tentazione di buttare “il bambino con l’acqua sporca” e che, il pur condivisibile desiderio di “mandare tutti a casa”, non può giustificare la destituzione di una istituzione fondamentale.

Ciò che si è omesso di comunicare è che la riforma ipotizzata, modificando alla base l’apparato del potere legislativo, potrebbe determinare irrimediabili conseguenze non solo in termini di rappresentanza, bensì anche in termini di tenuta democratica e di funzionamento del processo decisionale istituzionale, incidendo sul delicato equilibrio delle funzioni.

Le ragioni per le quali votare contro questa riforma costituzionale sono moltissime e tutte prendono le mosse dalla infondatezza delle sue ragioni sostanziali, tra le quali:

1) E’ falsa e mistificatoria l’idea che la riduzione del numero dei parlamentari sia utile alla responsabilizzazione della classe politica dirigente,  in assenza di misure, peraltro già da sole utili al raggiungimento dello scopo, quali la valorizzazione delle competenze, la previsione di meccanismi di trasparenza e l’ investimenti nella formazione e specializzazione;

2) E’  falsa e demagogica la presunzione di un rilevante risparmio, atteso che, in termini di previsione, detto risparmio si aggirerebbe tra i 57 e gli 81 milioni di euro all’anno, una cifra, dunque, assolutamente irrisoria per il nostro Stato che destina, ad esempio, annualmente verso le scuole private circa 300 milioni, ovvero numeri cinque volte superiori al risparmio ipotizzato. Il supposto vantaggio per i cittadini, ove le risorse risparmiate fossero realmente indirizzate in loro favore – e non è affatto scontato-  sarebbe, dunque, equivalente, per ognuno, al costo di un caffè all’anno. Ciò che emerge  con ogni evidenza è che la riforma inciderebbe in termini infinitesimali sul costo complessivo del nostro parlamento, le cui spese principali e più ingenti, attengono, invece, a“costi fissi” e non dipendono, dunque, dal numero dei parlamentari eletti;

3) E’  falsa tanto la supposizione di una presunta maggiore efficacia quanto quella di una presunta maggiore efficienza del parlamento. Con meno parlamentari, infatti,  vi sarebbe minore stimolo alla pronta adozione di decisioni e, inoltre, le commissioni al Senato che sarebbero composte da soli 10 Senatori potrebbero deliberare con una maggioranza di soli 4 voti e, pertanto, potrebbero essere maggiormente orientabili per non dire condizionabili. Lo stesso varrebbe per i voti di fiducia e per le future riforme costituzionali, i cui esiti verrebbero ad essere determinati da maggioranze risicate e dai Senatori a vita. Ci si troverebbe, pertanto, di fronte al rischio di una “dittatura della maggioranza” ed in pratica, in Italia, il potere legislativo potrebbe essere accentrato nelle mani di oligarchie di partito, in un momento nel quale, ben pochi partiti possono vantare dinamiche trasparenti ed adeguatamente partecipate;

4) E’ falso e suggestivo  l’assunto che la riforma non influirebbe sul diritto alla rappresentanza. In Italia, attualmente, si elegge un parlamentare ogni 64.000 cittadini, già in violazione delle previsioni dei Padri Costituenti che, nel 1948, avevano previsto il numero dei parlamentari con una popolazione di circa 20 milioni di cittadini in meno, e con la prevista riforma, si arriverebbe ad avere un parlamentare eletto, addirittura ogni 101.000 cittadini. Con la riduzione dei collegi, inoltre, verrebbe compromessa l’omogeneità della popolazione elettorale  ed  aumenterebbe  la discrezionalità con cui i perimetri dei collegi stessi verrebbero ridisegnati, in evidente violazione della esigenza di rispetto della coerenza ed organicità delle scelte dell’eletto in favore dei cittadini rappresentati. La riforma, inoltre, porterebbe ad un pericoloso squilibrio di rappresentanza tra le Regioni con compromissione del diritto alla rappresentanza per le regioni meno popolate, tra le quali certamente, la Calabria, la Basilicata ed il Molise che, guarda caso, sono quelle che più necessitano di avere voce in parlamento.

Anche dalla semplice lettura di queste sintetizzate ragioni per il  “NO” che, continuiamo a sollecitare a gran voce, emerge e trova conferma, la delicatezza della questione che si unisce alla non immediata disponibilità, da parte di tutti i cittadini chiamati ad esprimersi, delle nozioni necessarie alla compiuta determinazione della propria volontà. Ne consegue che il nostro “NO” non si limita al tema della proposta referendaria, ma si  estende sollecitando una mobilitazione per  dire “NO” alla stessa consultazione referendaria prevista per il prossimo 20 e 21 settembre. Un Paese  civile, ovvero un Paese nel quale gli organi di rappresentanza e governo siano realmente interessati ed occupati ad organizzare la comunità, soprattutto sul piano dei rapporti intercorrenti tra i suoi membri, un Paese che combatte, seriamente, le iniquità e persegue l’attuazione delle garanzie, non può chiamare ad esprimersi , su una questione così complessa e delicata, cittadini che oggi, ovvero a pochi giorni dalla data fissata per la consultazione, non hanno avuto possibilità ed occasione di formarsi un valido convincimento . Non può, infatti sfuggire che: la proposta referendaria incidente, ribadiamo, sulla struttura portante dell’intero impianto democratico, chiami gli elettori ad esprimersi quando la quasi totalità degli stessi:

  • non ha specifiche competenze;
  • non ha tempo e modo di acquisire le dovute informazioni;
  • non ha la possibilità di partecipare a manifestazioni,confronti o dibattiti pubblici ostacolati dalle disposizioni anticovid
  • è obbligata ad impegnarsi a trovare rimedi alle conseguenze economiche determinate dalla pandemia;
  • è obbligata ad occuparsi dell’organizzazione della propria salvaguardia in assenza di un chiaro indirizzo governativo;
  • è comprensibilmente distratta dalla preminente questione attinente la coesistenza del diritto allo studio ed alla frequentazione scolastica ed il diritto alla tutela della salute di studenti e personale docente e scolastico, in assenza di un chiaro piano d’intervento da parte degli organi competenti;
  • è comprensibilmente distratta , in diverse città e regioni, dalla concomitanza della consultazione elettorale per il rinnovo del governo cittadino e regionale;
  • è comprensibilmente preoccupata e, dunque , giustificatamente distratta, dal rischio di ulteriore diffusione dei contagi e dalla sue possibili derivazioni e conseguenze;
  • è comprensibilmente preoccupata e, dunque , giustificatamente distratta, dal rischio che proprio le previste prossime consultazioni, possano favorire il diffondersi del contagio, ancor più che, ad oggi, nessuna nelle misure di contenimento del rischio ipotizzate, appare compatibile con la contemporanea sussistenza della tutela del diritto al voto e di quello alla salute degli elettori e dei componenti il seggio elettorale.

Per queste preminenti ragioni, che determinano il serio rischio che l’esito della consultazione referendaria sia determinato da un esiguo numero di elettori, quasi certamente poco informati e poco consapevoli, ci sembra doveroso, oltre che ragionevole ed opportuno , pretendere il rinvio delle consultazioni previste, così come, ci sembra parimenti necessario, stigmatizzare il vile silenzio di una classe politica dirigente che appare narcotizzata e che dimostra di aver definitivamente abdicato alla funzione di costituire stimolo al pensiero, all’attenzione, all’elevamento della soglia della criticità ed all’azione utile e funzionale. Assistiamo oggi, forse impotenti, ma non rassegnati, alla infelice rinuncia ad esercitare adeguata difesa dei principi cardine della Carta Costituzionale, da parte di una classe politica opaca ed indolente. Coraggiosamente ed ostinatamente, rifiutiamo il destino delle rane che si crogiolano nel temporaneo tepore dell’acqua che lentamente le costringerà a restare inerti sino all’ebollizione. Rivendichiamo il diritto, di un Paese civile e democratico, di dichiarare la propria indisponibilità a soggiacere ad una decisione scellerata e pericolosa e diciamo “NO” allo svolgimento della consultazione referendaria del 20 e 21 Settembre prossimo. Invitiamo, pertanto, tutte le anime attente e sensibili ad unirsi al nostro appello, ricordando che, questo necessario “NO” alla prossima celebrazione della consultazione referendaria, può aprire un utile intervallo di tempo per l’affrancamento delle ragioni a sostegno dei diritti fondamentali e divenire una occasione per il realizzarsi e riproporsi di quella egemonia del pensiero e delle idee che appare, oggi più che mai, necessaria.


 

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