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Randagi, business da un milione l’anno

di MARTINA FORCINITI e LUCA LATELLA

cane-soldiEccolo qui un altro business a tinte calabre: spendere circa un milione di euro per contrastare il fenomeno randagismo nella Sibaritide. Per non risolvere nulla. Si tratta, quindi, di emergenza e randagismo, oppure di emergenza-randagismo?
Come vedremo, dopo i vasi di Pandora scoperchiati per il trasporto pubblico locale o il ciclo delle acque (giusto per citare alcune delle nostre recenti inchieste), ci troviamo di fronte a un nuovo affluente del buco nero degli enti locali. Quindi soldi pubblici sperperati per non decifrare il problema.
Enti, comuni che preferiscono spendere e spandere, magari appaltare il servizio, mettersi a posto le coscienze, svuotare le strade dai randagi, senza preoccuparsi oltremodo di far rispettare le leggi che prevedono microchippatura dei cani, iscrizioni alle anagrafi canine (istituite circa 10 anni fa) e sterilizzazione dei randagi. Troppo spesso per gli amministratori italiani il randagismo è una gatta da pelare ulteriore (magari nascondendo la polvere sotto il tappeto nelle campagne elettorali) ed a meno che sindaci o assessori delegati non siano sensibili animalisti convinti, la questione viene sbolognata a terzi, Aziende sanitarie, canili privati, associazioni.
Altro amletico dubbio è l’ulteriore fenomeno legato a doppio nodo al mondo dei cani vaganti: i trasfertisti, il trasporto dei randagi dal sud al nord Italia o, peggio, all’estero. Esistono numeri e statistiche ben precise per tutte le regioni, tranne che per la Calabria, a metà strada fra la Sicilia e la Puglia, terre dalle quali partono il maggior numero di cani “deportati”. Sarà un caso?
La percezione, insomma, è che si tratti di situazioni ormai fuori controllo, di business sulla povera pelle (o pelo) dei nostri amati amici quadrupedi e che abbraccia non solo la tutela degli animali, ma diversi interessi pubblici, attraverso il dispendio di denaro e di risorse umane.
Ma andiamo con ordine. Partendo dal presupposto che gli esperti indicano la via del contenimento delle nascite per arginare e, progressivamente, eliminare il fenomeno, il nocciolo della questione sta proprio in qui. La sterilizzazione. Che dovrebbe essere garantita dall’Azienda Sanitaria Provinciale.
Ed invece si preferisce impegnare risorse pubbliche in canili o convenzioni con strutture private.
Nel nostro caso, quindi nel territorio sibarita, i cani vaganti hanno tre sole possibilità: il canile comunale di Rossano che, però, non ospita cani provenienti da altri comuni, più due strutture private, a Cassano e Villapiana.  Assodato che il randagismo è alimentato dall’uomo, dall’incuria dei cani di campagna, dagli abbandoni ecc., le cifre sono certamente importanti.
Corigliano (del modello ausonico ne parleremo compiutamente in virtù dei risultati ottenuti a pag. 6) spende circa 380 mila euro annui per 480 cani (dati al 2014).
Rossano, come accennato, è l’unico comune con canile proprio, dove operano una cooperativa in appalto, medici dell’Asp e volontari. Il costo per l’ente? Nonostante la struttura di proprietà, circa 300 mila euro per 350 cani, da 26 a 30 mila euro mensili a seconda degli ospiti, variabili nei numeri durante l’anno per gli affidi, sempre nel 2014. Altro dato singolare: sempre a Rossano nei mesi scorsi sono stati avvistati furgoncini che abbandonavano poveri animali in alcune zone suburbane. Mezzi provenienti da altri comuni che così risolvono i loro problemi?
A Mirto Crosia, i soldi spesi sono stati 54 mila euro per 56 cani ospitati nella struttura privata di Cassano. Nel primo trimestre 2015 la spesa ammonta a 10.500 euro.
Insomma, se la percezione del randagismo è quella di essere un grande problema per la comunità, se l’obiettivo dichiarato è far diminuire o debellare il fenomeno, nessuno – al momento – riesce a far centro. Semplicemente perché si preferisce un balsamo alla cura, o un brutale avvelenamento (come avvenuto anche di recente in alcune periferie di Rossano e Corigliano) senza riuscire ad estirpare la causa principale che è l’incuranza dell’uomo nei confronti dei nostri amati amici a quattro zampe.

 

cani-a-schiavonea-colTalmente scomodi che, nel mezzo di quel confusionario e remunerativo business fatto di commerci illeciti, monete sonanti e spedizioni punitive, dei randagi si preferisce sbarazzarsene. Facendoli diventare i testimoni di losche staffette svuota strade. O giustiziando gli esuberi. Un business milionario o una spina nel fianco: comunque li si veda, per tanti paesi i nostri cani vaganti sono una brutta complicazione. Se non altro perché da una femmina randagia, con una media di due parti da otto cuccioli ogni anno, possono generarsi, in 7 anni, fino a 70 mila nuovi cani di cui disfarsi.
Eppure basterebbe attuare migliori politiche di contenimento delle nascite: in un giorno, attivando fattive collaborazioni fra associazioni e Asl, si potrebbero sterilizzare centinaia di cani. Una pratica semplice, efficace. Che costa solo 20-25 euro. E che rientra in quella politica intrapresa dall’Italia già 24 anni fa con la legge quadro 281/91. Trasgredita in ogni modo nella valutazione della tutela del benessere. E sempre sulla pelle dei nostri animali. Partendo da canili che non sono mai stati luoghi di passaggio. Per finire con la pratica della microchippatura, fallimentare su tutta la linea. Si preferisce, insomma, rimpinguare un affaire che arriva a fruttare anche 500 milioni l’anno. E a farne le spese sono gli oltre 100 mila cani randagi italiani, sparsi in sofferenza fra canili sanitari e rifugi che lungi dall’essere un altro rimedio universale, non fanno che alimentare gli abusi.
Con appalti viziati che generano mala gestione. E in un meccanismo lucrativo che, con il supporto a volte anche istituzionale, finisce per premiare affidatari senza requisiti. Altro che soluzione, se poi nella sola Area Urbana, (Mirto Crosia compresa), per i quattro zampe si spendono anche 650mila euro. E i risultati sono mediocri.
Poi, quando non ce la si fa più, ci sono sempre le staffette. Buone soprattutto per quelle associazioni che, ben lontane dall’essere modelli trasparenti di solidarietà, sugli animali vaganti speculano. Ma anche per i comuni, soprattutto del sud, pronti a sborsare dai 100 ai 400 euro ad animale, e rigorosamente in nero, per togliersi dalla vista i tanti senzatetto.
Con la promessa di facili adozioni che in realtà, piuttosto che risolvere il problema, lo spostano. E intanto, durante viaggi interminabili per cui ci sono amministrazioni pronte a elargire stanziamenti di 10mila euro per 100 cani che altrimenti costerebbero 3 euro al giorno, i cani si feriscono, soffrono, muoiono. O, nella migliore delle ipotesi, lasciano una gabbia per un’altra.

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