Home / Attualità / Non è un paese per disabili. L’esercito degli invisibili rischia la dissolvenza

Non è un paese per disabili. L’esercito degli invisibili rischia la dissolvenza

di MARTINA FORCINITI

disabilitàQuesto non è un paese per disabili. Bisognerebbe provare ad indossarne i panni, anche solo per un giorno:
un piccolo esercito di invisibili, confinato ai margini, tra barriere umane e architettoniche, pregiudizi e aspettative stereotipate, eterne attese per il salto di qualità nelle politiche per la disabilità.
Quasi senza volto, senza identità e con la famiglia come miglior rifugio, i nostri diversabili – soprattutto da queste parti – rischiano la dissolvenza, appesantiti e schiacciati da un’invalidità che è tutta a carico di famiglie sempre più stanche. Sempre più povere, se è vero come lo è che i costi socio-sanitari di mantenimento, già di per sé esorbitanti, si specchiano con il progressivo azzeramento di ogni incentivo statale. Quasi come se questo Belpaese, con i suoi milioni di figli disabili, non voglia proprio averci a che fare. È un’emorragia di disperazione.
«Se la situazione assistenziale dei diversabili già in origine era di per sé problematica, il palesarsi di tagli indiscriminati rasenta i limiti di accettabilità».§
È il quadro fortemente drammatico tracciato da Luisa Picciolo, coordinatrice dell’Associazione Raggio di Sole che da 18 anni offre sostegno alle famiglie del territorio cercando di coinvolgere i bambini con difficoltà attraverso l’impegno ludico-sociale. Facendoli sentire pezzi integranti della società.
«Le famiglie in cui è presente un soggetto disabile sono costrette ad affrontare spese enormi e sofferenze abissali. Basti pensare che un semplice paio di scarpe con tutori ha un costo di 600 euro. E non c’è più neanche la possibilità di usufruire di tariffe agevolate tramite l’Asl che permetterebbe di acquistare quelle stesse scarpe alla metà del prezzo.
Ma il problema principale che affligge le famiglie è il destino dei loro figli: che fine faranno quando non ci saranno più i loro genitori? Per questo bisognerebbe educare e sensibilizzare le amministrazioni alla disabilità. Inutile fare convegni e manifestazioni se non si lavora concretamente per rendere la vita dei portatori di handicap meno penalizzante».
«Le politiche sociali sono fra quei settori che più di qualsiasi altro meriterebbero incentivi e sovvenzioni – ci spiega Aldo Longo, presidente della Cooperativa che attualmente gestisce il servizio di assistenza fisica nelle scuole –. Sul territorio di Rossano, per conto del Comune, operano 40 assistenti fisici, 4 educatori professionali, 2 psicologi e una sociologa che offrono assistenza a 50 bambini, le cui famiglie si reputano soddisfatte per quello che è a tutti gli effetti un servizio di qualità. Ma al di là di tutto, è anche attraverso questo tipo di prestazioni che si garantisce il diritto alla salute. Non possono e non dovrebbero subire tagli perché in questa sciagurata ipotesi, oltre a venir meno il servizio, circa quaranta famiglie perderebbero il loro principale sostentamento. L’effetto sarebbe devastante».

A volte, però – ed è paradossale – a diffondere la sensibilità verso le persone con disabilità è più efficace l’abbraccio della collettività che tante leggi e convegni. In effetti, di fronte alle difficoltà in fase evolutiva che rientrano nella disabilità, sta crescendo la coscienza dei singoli. Mentre a livello istituzionale, l’attenzione da parte della sanità rimane ferma a trent’anni fa. E ne è una testimonianza angosciante il fatto che nel presidio ospedaliero di Rossano manchi la figura della neuropsichiatra infantile da circa un anno. Andata in pensione e non ancora sostituita. Ed ecco che il sovraccarico assistenziale aumenta, con le famiglie costrette a spostarsi a Cariati (dove opera una neuropsichiatra ambulatoriale, ndr) o nella più vicina Corigliano, ma con liste d’attesa da 2 fino a 4 mesi.
Al di là della tipologia di problema fisico o mentale, a far la differenza quando si parla di disabilità è il binomio famiglia-scuola.
Mamma e papà spesso si sostituiscono alle realtà assistenziali e qualora persistano casi di resistenza all’accettazione, sempre più rari, sono proprio gli insegnanti a far suonare il campanello d’allarme.
Perché anche all’interno dei problemi esistono i punti di forza. Basta saper scegliere i modi e i tempi giusti e l’atteggiamento di consapevolezza e accoglienza diventa edificante.

Commenta

commenti

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*