Home / Attualità / Museo di Sibari, potenzialità inespresse

Museo di Sibari, potenzialità inespresse

di SAMANTHA TARANTINO

UnDSC_7294-torello-in-bronzo museo che con i reperti conservati nei magazzini potrebbe allestirne altri cento, che riversi sul territorio visitatori ed entrate economiche, ed in cui una sinergia tra pubblico e privato possa creare un sistema in cui la parola cultura non sia solo faccenda da intellettuali? Questa potrebbe essere la carta d’identità del nostro Museo e parco archeologico di Sibari. Appunto potrebbe. Intanto iniziamo con una buona notizia. Per una volta siamo lieti di affermare che la cifra di 18 milioni di euro di fondi Ue, stanziata per l’intero parco, non ritornerà alla casa madre. Parola del padrone di casa.
Alessandro D’Alessio, direttore del Museo Nazionale della Sibaritide con un sogno tra le mani ed un rammarico per ciò che è, spiega come effettivamente questo vasto bacino della valle del Crati sia ancora tutto da valorizzare. «Approssimativamente chiudiamo il 2014 con un numero piccolo rispetto a ciò che si potrebbe. Dieci-dodici mila visite in effetti sono davvero poche». Come non dargli torto, aggiungiamo noi. «Non è un problema solo di Sibari ma è un problema della Calabria e più in generale del Sud. Perché tre quarti del flusso turistico culturale si fermano a Roma. Di ciò che resta una buona parte si ferma tra Napoli e Pompei. Ed è solo un misero 5 – 6 % che sceglie di visitare i musei ed i tesori nascosti a sud della città Partenopea». A D’Alessio poi, subentrato alla storica direttrice Silvana Luppino, le idee per far decollare la grande Sibari e far parlare l’intero territorio di tutto ciò che è stato, non mancano. «Il mio modello di museo ideale è basato su altri esempi vincenti, in cui accanto ad un’esposizione fissa, a rotazione si può esporre tutto ciò che abbiamo conservato nei depositi. Quindi destinare una parte dello spazio museale ad un allestimento non permanente, che ruota a seconda delle varie tematiche o mostre». Un mestiere che si fa esclusivamente per passione, in cui a pennello e piccozza si deve necessariamente affiancare una fredda calcolatrice per fare due conti. Si sa bene che non si può pensare oggi di gestire queste strutture solo in modo pubblico.
«Il codice dei beni culturali prevede la gestione dei beni e dei musei da parte dei privati, soprattutto per quanto riguarda il merchandising. La tutela però deve restare allo Stato. La valorizzazione, la fruizione e la promozione sono innanzitutto un compito degli enti locali e delle forze produttive private. La sinergia pubblico privato è fondamentale, direi d’obbligo. L’importante è mantenere standard qualitativi elevati. Bisogna però tenere presente che a differenza dei musei del nord Europa che vivono di donazioni, acquisti e collezioni noi viviamo sul territorio. Ciò che viene esposto è stato scavato e ritrovato qui».
E con un imperativo categorico, mostra un ottimismo che ci lascia prendere quasi una boccata d’ossigeno in tempi in cui sembra difficile anche respirare. «Siamo a buon punto sulla maggior parte degli interventi programmati in quei 18 milioni arrivati dall’Ue (una campagna, peraltro anticipata nel numero 29, ndr). Dobbiamo chiuderli tutti entro ottobre novembre 2015». E come tutti gli umanisti che si nutrono di sogni, anche Alessandro D’Alessio crede in un risveglio della nostra piana e di tutta la valle del Crati e la costa Jonica. «Si deve entrare in un’ottica di sistema per tutto ciò che è cultura. Allora sì che si potrà parlare di distretto territoriale, con tutte le sue specificità e bellezze paesaggistiche. Per ristabilire un’identità al territorio dovrebbe esserci meno gestione impropria dello stesso. Essere un’unica cosa con tutto ciò che è cultura. L’enogastronomia, l’olio non sono forse cultura? Sono antiche e vanno compenetrate».
Un traino a cui agganciare una carovana dal nome Grande Sibari. Toglieteci tutto ma non i sogni.

Commenta

commenti

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*