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Messaggio di Pentecoste dell’Arcivescovo Satriano

Carissimi e carissime,

 

i giorni trascorsi hanno segnato il nostro quotidiano consegnandoci, negli eventi luttuosi vissuti e nella fatica di quanto affrontato, un punto di rottura, di discontinuità irreversibile che viviamo come una perdita.

Molte sono le cose che abbiamo imparato a riconsiderare, assaporando con amarezza che non esistono sicurezze assolute, realtà a rischio zero, ideologie o quant’altro capace di offrirci garanzie che tutelino l’esistenza in modo definitivo. Ancora una volta la vita ci riconsegna ad una libertà che va coniugata con la parola responsabilità, non solo di sé stessi ma anche degli altri. Siamo stati riportati a ricomprendere il vivere come lo spazio esistenziale in cui declinare la grammatica del “noi”.

 

I testi della Parola, che la Veglia di quest’anno ci ha offerto, mi sollecitano nella riflessione. Bello quanto ci consegna il Profeta Gioele, in riferimento al dono dello Spirito, quando afferma: “I vostri anziani faranno sogni e i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1). Un’immagine intrisa di futuro, dove anziani e giovani si ritrovano a intravedere insieme la vita: il dispiegarsi dei giorni e gli orizzonti di luce pensati da Dio per il suo popolo.

Il brano evangelico di Giovanni (Gv 20,19-23), riporta il lettore alla sera del giorno di Pasqua, offrendo un quadro di grande respiro: la tristezza dei discepoli, smarriti per la morte del Maestro, si tramuta in gioia alla visione del Risorto. Egli dona loro lo Spirito, come traboccante effluvio di amore, che tracima dalle ferite e si riversa nei cuori dei discepoli, chiamati ad essere sorgente di pace e di riconciliazione per il mondo: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

 

Queste immagini ci provocano nella riflessione su cosa oggi lo Spirito chiede alla nostra Chiesa. Per rispondere abbiamo bisogno di uno sguardo contemplativo, ovvero di quella capacità credente di guardare la vita con gli occhi di Dio. Un discernimento profondo in cui lo Spirito ci fa da lente d’ingrandimento, permettendoci di penetrare il senso delle cose.

 

Mi permetto di individuare alcuni passaggi che sento importanti per il cammino che ci attende. Quanto stiamo vivendo, nella sua drammaticità, è un’opportunità di grazia (kaìros), in cui l’esistenza, resa nuda dagli eventi, è messa di fronte ad una scelta. Abbiamo la possibilità di un “Sì”, forte e determinato per la vita, come hanno dato prova tanti uomini e donne che si sono posti accanto ai loro fratelli per sostenerli, curarli e accompagnarli, a rischio del proprio vivere. Oppure un “No”, ripiegato e carico di rimpianto per il tempo perduto, vivendo una speranza dolente, quella di un ritorno al passato, nella ricerca di un “capro espiatorio” a cui addossare le fatiche del presente.

Come la Resurrezione e l’Ascensione per gli apostoli, questo tempo ci insegna che la perdita è parte del nascere e del rinascere. Siamo dinanzi ad un nuovo inizio, in cui se per un verso perdiamo con sofferenza il legame con la realtà che ci aveva generato, nella quale sapevamo muoverci con disinvoltura, dall’altro, viviamo un nuovo cominciamento, un po’ smarriti, in cui siamo esposti alla vulnerabilità, alla nostalgia e alla solitudine.

 

Gli Apostoli, alla vigilia del dono dello Spirito, furono invitati a rivedere e rivisitare la propria esistenza, a partire dalla perdita, dalla sottrazione del Maestro. Così noi oggi, come allora, veniamo esortati a riconsiderare la vita, certi che non siamo soli, che il Risorto ci accompagna e ci guida con il dono del suo Spirito. È nella fedeltà a questo dono che possiamo muovere passi significativi per dare vita ad un nuovo inizio.

Gli anziani e i giovani di Gioele ci spronano ad abitare sogni e visioni di un futuro possibile, fuggendo ogni ripiegamento individualistico e aprendoci ad una conversione vera che, prima di essere conversione religiosa, è un lasciarsi trasformare, ribaltando la morte in vita e intravedendo un’opportunità di cambiamento, in cui maturare un respiro nuovo di libertà.

 

Affrontare un nuovo inizio, dunque, a livello personale e comunitario, vuol dire porre dei passi per ricominciare. Guardando alla Scrittura ne individuo tre:

Innamorarsi della vita;

Orientarsi;

Tornare a “sognare” e immaginare.

 

Innamorarsi della vita

Il mistero della coppia nella Genesi ci aiuta a comprendere che il primo atto decisivo per aprirsi alla vita e alla realtà è partire dall’altro che ci è posto accanto. Adamo ed Eva, all’inizio della storia dell’universo, vengono posti in una relazione reciproca di accoglienza e di innamoramento (Gn 2,22-23).

Senza lasciarci distrarre da noi stessi, siamo chiamati a innamoraci della realtà, della vita e, vincendo ogni malinconica ritrosia, aprirci al fluire dell’amore dentro di noi. Un amare, che ha origine nel dono dello Spirito, irradiato nel profondo di ciascuno dallo stesso atto creatore di Dio. È quest’amore che ci spinge a uscire fuori da noi stessi e ad incontrare la realtà con occhi attenti, intuitivi, capaci di cogliere i miracoli nuovi della vita.

 

Orientarsi

La parola stessa, nel suo significato originale, indica la capacità di guardare verso la luce, di volgersi verso oriente. Nel nostro modo umano di concepire il tempo e lo scorrere del giorno, partiamo dal mattino per arrivare alla sera. Nella modalità sapienziale che la Scrittura ci offre, la sera precede la luce del mattino: “E fu sera e fu mattina. Primo giorno” (Gn 1,5). Così la Genesi ci presenta l’inizio della creazione. La sera, la notte, l’oscurità, passando per l’aurora, si tramutano in luce. È il mistero della Pasqua, dove la croce è preludio della risurrezione e, nell’oscurità del sepolcro, all’alba del terzo giorno, si consumano le nozze tra la morte e la vita.

In definitiva, orientarsi è imparare, nella notte della crisi, a lasciare spazio all’azione dello Spirito perché il calcolo lasci posto alla fiducia e il possesso alla condivisione.

 

Tornare a “sognare” e immaginare

Il brano di Gioele (Gl 3,1) ci ha rimandato a quella dimensione profetica, propria di ogni battezzato. Una dimensione che richiede umiltà e profondità di vita. Solo chi ha occhi orientati verso ciò che è bello e buono, può essere capace di guardare lontano e di abbandonarsi con fiducia alla vita. Costui sarà capace di sognare ad occhi aperti e intravedere con speranza un futuro da abitare con coraggio e fiducia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di credenti che, lasciandosi plasmare dalla Spirito, possano diventare raggi di luce per l’aurora di una nuova umanità.

 

È l’augurio che rivolgo a me e a voi, miei cari fratelli e sorelle, ed in particolare ai nostri quattro Catecumeni che nella Domenica di Pentecoste, divenendo creature nuove, entreranno a far parte della nostra Comunità, mediante il dono dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana.

 

Nel congedarmi, concludo con le parole del Cardinale Suenens, primate del Belgio, morto nel 1996, che diceva: “Beati coloro che hanno l’audacia di sognare e sono disposti a pagare il prezzo necessario perché il loro sogno prenda corpo nella storia”.

A tutti l’augurio di una Buona Pentecoste e la mia benedizione.

 

Corigliano Rossano, 30.V.2020

Vigilia della Solennità di Pentecoste

X Giuseppe SATRIANO

Arcivescovo


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