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Mario Oliverio e la maledizione calabrese

di LENIN MONTESANTO

mario-oliverio-3Chissà? Sarà per aver dato i natali a Luigi Lilio, il matematico di Cirò che nel ‘500 bloccò il Tempo nel calendario moderno? O forse per il fatto che a Pitagora, a Crotone, venne attribuito un teorema di fatto già usato da babilonesi ed egizi? Forse. O, ancora, per l’epica distruzione, nella piana di Sibari, della più illuminata, moderna e invidiata città del mondo all’epoca conosciuto? E se fosse, invece, perché avrebbe radici rossanesi lo stesso mistero dei Templari con le prime crociate in Terra Santa?
Difficile ed entusiasmante scoprirlo. Ma anche solo parlarne, in chiave turistica ad esempio. Eppure, fatti e leggende a parte, conserva tutti i connotati di una vera e propria maledizione perpetua, quella di questa regione che, politica ed epoche a prescindere, non riesce mai a sincronizzarsi con le lancette della Storia. Nel bene e nel male. Tocca adesso al Presidente Mario Oliverio mettere mano a quest’orologio, portandolo dall’inverno alla primavera. Così come si augurano in fondo tutti i calabresi. Perché ormai c’è davvero poco da girarci attorno: va rivoltato come un calzino un fatiscente circo burocratico, cristallizzatosi sull’inefficienza per 45 anni di regionalismo, ovviamente democratico! Non ci sono alternative, né uscite di sicurezza. Soprattutto non c’è altro tempo. Un’urgenza ed una complessità storiche, di difficile composizione e sintesi, che stanno sicuramente segnando l’impegno, in questi primi mesi, del neo governatore. Al quale, insieme ai suoi ancora pochi assessori, si contesta forse l’esigenza di metterci più sprint e determinazione; almeno rispetto ad un’opinione pubblica che, per la seconda volta consecutiva in 5 anni, si è convinta alle ultime elezioni di aver finalmente spalancato a calci la porta giusta. L’obiettivo è davvero ambizioso. E tra i suggerimenti che stanno giungendo in queste settimane ad Oliverio, quello di ingranare marcia ci sta pure. Perché risponde alle attese autentiche di quanti, giovani e meno giovani, hanno ormai esaurito pazienza e stimoli, passione e voglia di contribuire a cambiare qualcosa, qui e adesso.
Una cosa è chiara: in questa fase delicatissima, anche per la sua stessa immagine politica e personale, Oliverio non può però esser lasciato solo su un Titanic sul quale tutti, partiti, sindaci, famiglie, associazioni, parrocchie, aziende, sindacati, professionisti e disoccupati, hanno fatto entrare acqua da tutte le parti. È giusto che vi sia attesa ed anche che la si dimostri con forza. Che sia però un’attesa seria: di contenuti, di sostanza, di soluzioni e di idee nuove rispetto anzi tutto alle emergenze ereditate ed incancrenite per responsabilità di tutti; ma anche un’attesa intelligente rispetto a tante di quelle opportunità di sviluppo sostenibile che questa terra non ha mai governato.

Il tempo stringe e ne è passato già un bel po’ dal simulacro elettorale del novembre 2014.
Lo sa bene lo stesso Governatore, al quale servirà sicuramente districarsi, il che non è impresa facile per nessuno in questa penisola, tra conservazione e progresso, rendita e investimento, clientelismo e meritocrazia, stagnazione a fantasia, magnetismo della mediocrità e inni alla bellezza.
Ciò che non serve adesso ad Oliverio, che per fortuna ha dalla sua tonnellate di esperienza, è continuare ad ascoltare, ad esempio, il piagnisteo degli enti locali.
Perché se si è, oggi, in questa situazione disastrosa, forse è proprio perché non c’è mai stata una regione capace di governare il futuro, guardando oltre la sommatoria delle singole questue municipali e territoriali.

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