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Marineria di Schiavonea, l’oro nero minaccia l’esistenza delle famiglie

di ROSSELLA MOLINARI

ignazio-gentileLa giornata inizia poco prima di mezzanotte per i tanti pescatori della marineria di Corigliano. È all’incirca a quell’ora che, ogni giorno, si salpa a bordo della propria imbarcazione per raggiungere il punto di mare più adatto e calare le reti, sperando in una pesca abbondante. Ciascun componente dell’equipaggio è addetto ad una serie di attività, tutte da compiere scrupolosamente se non si vuol rischiare che la nottata vada persa. In mare, sfidando la furia dell’acqua, il vento, il freddo e le correnti, si resta fino al primo pomeriggio, quando si “tirano su le reti” e si fa la conta del pescato. Sarà quello il guadagno della giornata che, appena giunto a riva, in genere verso le16, viene portato direttamente al Mercato ittico, un edificio all’interno dell’area portuale dove, fino alle 18, si svolge l’asta. Seduti sulle tribune, ad ascoltare e rilanciare il prezzo ci sono i commercianti, al dettaglio e all’ingrosso, provenienti da varie zone del comprensorio ma anche da fuori regione. Parte del pescato finisce, ad esempio, sui mercati di Napoli e Salerno. Il mercato ittico, di pomeriggio, diventa il vero cuore pulsante di Schiavonea: vi arrivano circa due tonnellate di pesce al giorno e si movimenta denaro per circa 20mila euro. Tutta economia che resta in loco e che sostiene circa cinquemila famiglie.
Tanti sono i lavoratori che ruotano attorno al mondo della pesca di Schiavonea, tra pescatori, dettaglianti, addetti al mercato e quant’altro compreso nell’indotto. Prima marineria dello Jonio e della Calabria, quella di Corigliano è tra le realtà più imponenti del Mediterraneo, seguita da Taranto. Conta 35 motopescherecci per la pesca a strascico, su cui sono imbarcate 105 persone; 80 barche a remi per la piccola pesca artigianale, su cui salpano ogni giorno 240 pescatori; 5 motobarche per il piccolo cianciolo e la pesca del pesce azzurro che imbarcano 25 pescatori. Un totale di 120 mezzi e di 370 persone che ogni giorno si riversano in mare sperando nella clemenza delle correnti e in un cospicuo pescato. L’attività primaria, per la marineria di Corigliano, è la pesca di merluzzi e gamberi, seguita da pesce azzurro, aguglie, palamiti e altre specie. Resta ormai solo un ricordo la pesca del novellame, dopo il divieto imposto dalle norme comunitarie. Su questo fronte, tuttavia, vi sono degli spiragli aperti di recente dalla Regione Calabria che sta valutando la possibilità di consentire la pesca delle due tipologie “rossetto” e “cicerello” in forma sperimentale per la durata di due mesi. Proprio in questi giorni, inoltre, si sta uscendo dalla fase del “fermo” che vige nei mesi di settembre e ottobre sia sullo Jonio sia sul Tirreno. Ed è già qui che si registrano le prime rivendicazioni: “In questo modo il fermo non va bene e non salvaguarda nulla – afferma Ignazio Gentile, presidente di “Sibari pesca” e “La Bussola società cooperativa” – sullo Jonio, per quelle che sono le caratteristiche del nostro mare, andrebbe invece osservato nei mesi di maggio e giugno”.
La speranza è che l’organo ministeriale preposto a stabilire i periodi di fermo possa accogliere le istanze dei pescatori jonici e rivalutare le decisioni. E anche in questo caso sarebbe opportuna un’azione più incisiva dei rappresentanti politici di questa zona, finora quasi sempre silenti, tranne qualche eccezione, su tanti aspetti legati alla pesca. Si confida, inoltre nelle opportunità offerte dai nuovi strumenti comunitari, quali il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp) che potrebbe agevolare investimenti, anche sul fronte della sicurezza delle imbarcazioni, e promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro. Attualmente il settore, almeno per quel che riguarda la marineria di Corigliano, soffre gli effetti della generale crisi economica “ma per fortuna – prosegue Gentile – non siamo arrivati al picco di crisi che ha interessato altri comparti”. Finora la filiera ittica è riuscita a difendere il proprio ruolo quale uno dei principali settori trainanti dell’economia locale.

Ma se la “corsa all’oro nero” porterà le trivelle nel mar Jonio, gli scenari futuri appaiono decisamente allarmanti. Cosa succederà al patrimonio ittico e quali saranno le conseguenze per le migliaia di persone che vivono di pesca? “Gli effetti – afferma Ignazio Gentile – saranno devastanti. Basti pensare che ci saranno ben cinquemila famiglie a rischio di perdere ciò che rappresenta la fonte di sostentamento principale. Qui, tra i pescatori e tutto l’indotto che ruota attorno a questo settore, i numeri sono davvero consistenti. Che faranno poi?”. Il problema principale è rappresentato proprio dalla tecnica dell’airgun a fini petroliferi, utilizzata dalle multinazionali per la ricerca del cosiddetto “oro nero” in mare e sulla costa. “Solo l’inquinamento acustico – spiega Gentile – determinerebbe una rilevante moria di pesci. Per non parlare di eventuali perdite di gas o, peggio ancora, di petrolio, che potrebbero compromettere l’intera fascia di mar Jonio e del golfo di Taranto. I danni sarebbero ingenti per la filiera ittica, così come per il comparto agricolo, con gravi ricadute anche sul turismo”. Da qui l’appello alla politica, a tutti i livelli: “Prendano una decisione e la dicano espressamente – conclude Ignazio Gentile – anche la nostra deputazione parlamentare, senza più nascondersi dietro documenti e carte”.

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