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Maggioranze bulgare? No, calabresi. Si governa senza opposizioni?

di LENIN MONTESANTO

Unoantoniotti eco degli handicap della democrazia applicata, non quella vagheggiata pensando all’Atene di Pericle, è l’assenza di un’opposizione al governo pro tempore. Non tanto l’assenza di una minoranza. Perché di minoranze di qualsiasi natura, pur non essendo immediatamente percepibili, è sempre ricca ogni società, perfino quelle apparentemente granitiche di matrice islamica.
Di minoranze è fatta ogni buona maggioranza che si rispetti. E meno si avverte il loro peso specifico, maggiore e più efficace è la capacità di sintesi interna e di fisiologica egemonia delle classi dirigenti. Nei partiti, nelle alleanze eterogenee o nei semplici gruppi di potere. Il problema, semmai, è quando mancano le opposizioni. Quelle di pensiero e di azione.
Quando a latitare è cioè una semplicissima visione alternativa rispetto alle principali scelte politiche ed amministrative di chi democraticamente eletto, in un determinato momento storico, esprime da tutti i punti di vista il potere costituito. È in questi casi che il meccanismo democratico, delicatissimo, si inceppa. Inesorabilmente. Ed il primo a subirne gli indiretti effetti negativi è proprio chi governa.
Perché privato di quel termine di comparazione e di confutazione costanti delle proprie tesi e decisioni che soltanto una buona ed organizzata opposizione politica può offrire. A beneficio anzi tutto di se stessa, certo, perché e se candidata a guidare un’alternativa. Ma a beneficio soprattutto del buon governo complessivo della cosa pubblica che, se funzionano i contrappesi, può essere (non sempre capita) la risultante di equilibrio e utili compromessi al rialzo.
Ecco due esempi di quanto e come tutto ciò o non sia accaduto del tutto o soltanto in parte. Nel primo caso, la Regione Calabria.
È da decenni ormai che, assistendo per avventura ad un eventuale dibattito a Palazzo Campanella, sembra di essere catapultati in un’atmosfera da Parlamento rumeno, all’epoca di Ceaușescu. Più surreale però. Perché almeno sulla tv di regime di Bucarest si vedevano assemblee stracolme con applausi e obbligatori inni al dittatore, ritmati in due tempi.
Mentre nel Consiglio Regionale calabrese, dove nessuno è obbligato a battere le mani, gli scranni restano quasi sempre tutti vuoti. Il filo rosso che li unisce è ovviamente l’assenza di opposizione. Ieri di centro sinistra, a Scopelliti. Oggi di centro destra, ad Oliverio.
Una volta, sempre attingendo al vocabolario dei Paesi del fu socialismo reale, si diceva maggioranze bulgare. Oggi potremmo dire maggioranze calabresi! Al netto, sia chiaro, dell’inutilità e dell’inconsistenza effettive di quelle minime percentuali che, chi non entra (o entrerà) in maggioranza, riesce comunque a racimolare nell’elettorato. Il danno finale, ultima esperienza regionale docet, è tutto dei governati. Male.
Il secondo caso: l’agone politico rossanese attuale. Con una forte maggioranza di centrodestra, quasi un partito del sindaco Antoniotti ed un esecutivo oggettivamente all’opera su più fronti. Quel che manca del tutto è un’opposizione, concettuale, figuriamoci se organizzata. E quando qualcuno del centro sinistra, in ordine sparso, tira fuori dal cilindro qualche dichiarazione, siamo al balletto del futile. Nessuna seria contestazione sulle grandi linee di indirizzo politico della Giunta in carica.

Nessuna visione alternativa all’attuale governo della città. Dalle infrastrutture al turismo, dalla mobilità al centro storico, etc. nessuna idea forte e diversa su cui stimolare lo stesso esecutivo al quale – funziona così la democrazia – farebbe invece benissimo avere una opposizione intelligente e magari convinta di poterlo sostituire. Forse.

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