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Linciaggio mediatico, boomerang per tutti o quasi

L’EDITORIALE DI MATTEO LAURIA

Linciaggio mediaticoMai caduti così in basso nel sistema dell’informazione, oggi più di ieri nelle mani di avventori senza scrupoli per il sol fatto che non sono aggredibili sul piano patrimoniale. Bene quindi alla libertà di espressione e di pensiero, bene alla tutela del diritto di critica, valori verso i quali occorre battersi fino in fondo. Tutto questo, però, non può sconfinare in arma di linciaggio mediatico per colpire, a seconda dell’imbeccata di parte e spesso sotto remunerazione, il decoro, l’onorabilità e la dignità delle persone.

Tutto ciò non può essere ammesso in una società civile che si ritenga tale, se non in una democrazia malata in cui di tutto si può parlare tranne che di applicazione dello stato di diritto. Ne parlammo a suo tempo a riguardo di un sito cosentino che sprizza veleno sulle persone ancor prima che sui comportamenti e sui fatti. Peccato, perché talvolta si scrivono delle verità, funzionali però a salvaguardare una credibilità poi inficiata dalle “falsità” costruite ad arte. E che fosse un sistema che avrebbe più o meno colpito tutti, eccezion fatta per alcuni (basta andare per esclusione), era nell’ordine delle cose. Dai vili, d’altronde, bisogna aspettarsi questo ed altro.

BRUTTA PAGINA PER IL GIORNALISMO CALABRESE

Non solo quindi la pubblicazione di “fotomontaggi” ad arte per screditare personaggi in vista, ai quali non è neanche garantita la pubblicazione di un diritto di replica o di rettifica, ma il perseverare nell’idea che si possa “scrivere” contro gli uni o contro gli altri per interessi talvolta funzionali a strategie ben precise.

Brutta pagina per il giornalismo calabrese. Né l’Ordine professionale di competenza ritiene di dover intervenire al fine di tutelare l’immagine dei giornalisti o di altre figure professionali (e non) operanti nella società. Oggi basta esporsi in qualsivoglia settore e si rischia di divenire bersaglio della solita “macchina del fango”, diluita nel sistema delle “post verità”. Qual è l’effetto che si produce quando ciò accade? I cittadini arretrano e si chiudono ancor di più a riccio, venendo meno la partecipazione democratica.

LE TALPE

Ma se da un lato vi sono delle responsabilità in capo a gestori di siti, il cui pressapochismo determinerà prima o poi un intervento severo del legislatore al fine di introdurre filtri con maggiori oneri anche finanziari per chi vorrà investire sui social media, dall’altro è svilente il comportamento di chi, con fare maldestro e ignobile, invia le “veline” nascondendosi dietro l’anonimato. Nulla di più meschino esiste nella realtà che non avere il coraggio di esporre le proprie idee mettendoci la faccia, e affrontare le persone de visu. Vecchio vezzo, difficile da combattere, perché ci si nasconde con ipocrisia e nessuno esce allo scoperto, eccezion fatta per il noto “prestanome” inattaccabile sul piano patrimoniale. Condizione che lo rende “spregiudicato” e anche socialmente pericoloso.

COME TUTELARSI

Gli strumenti ci sono, ma forse non si ha la capacità di intraprendere iniziative giudiziarie tali da interdire soggetti ritenuti ad alta “pericolosità sociale”. Non è censura, ma è solo un tentativo di evitare di cadere in un imbarbarimento generalizzato del vivere civile. Tutti possono diventare come il famoso “sito cosentino”, molti giornalisti non hanno grandi patrimoni alle spalle e potrebbero dare spazio a una vera e propria macelleria sociale. Ma il senso di responsabilità, e soprattutto, l’etica, lo impedisce! Almeno fino a questo momento.

Perché però questo non accada è necessario un moto di ribellione a fronte di campagne di linciaggio, da parte della società civile spesso “spiona” e “silente” rispetto a certe attacchi volgari sulle persone, non tanto su ciò che esse rappresentano. Deve elevarsi uno scudo di democrazia anche come atto di autotutela, perché tutti si può essere vittime prima o poi di certe dinamiche tanto illegali quanto illecite. Né ci si può sentire feriti solo quando si diviene bersaglio.

ORGANI PREPOSTI

La magistratura e l’Ordine professionale di competenza hanno un ruolo determinante ai fini della tutela della dignità umana delle persone. Di certo qualche “sostituto procuratore” non aiuta molto ad evitare un clima d’odio che prima o poi rischia di sfociare in un qualcosa di incontrollabile. Colpire la reputazione personale e professionale è un atto da perseguire, non può essere liquidato con la locuzione “linguaggio colorito” in quanto ciò costituisce elemento di abilitazione per tutti gli altri giornalisti a fare altrettanto. Né l’Ordine professionale di riferimento (non è quello calabrese) può attendere l’esito delle attività della magistratura prima di assumere dei provvedimenti. Nei reati di diffamazione a mezzo stampa, l’inchiostro è incancellabile, gli articoli restano.

Non è un indizio, quindi, ma una prova. In taluni casi non è necessario riscontrare se il fatto sia vero o meno, in quanto le espressioni usate sono violente, aggressive, feriscono le persone, le famiglie, i figli. Quando si usano frasi offensive della onorabilità tentando di qualificare (quasi fossero giudici di cassazione) gesti e comportanti di soggetti presi di mira, c’è poco da verificare o da riscontrare. Si può additare, per esempio, una persona di essere “mafiosa” senza mai avere avuto una sentenza di condanna, né un rinvio a giudizio, né notificato un avviso indagine?

 

Nella vita, nel giornalismo, in tutto ciò che ci richiama al libero pensiero, basta partire dall’assunto, dai fatti, dalla cronaca, dalle considerazioni ad esse collegate, non è necessario offendere né dileggiare ancor peggio se in modo gratuito e infondato.

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