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«Le rivoluzioni culturali guardano oltre i nostalgici del passato»

I gruppi consiliari di maggioranza, attraverso una nota congiunta, ci tengono a controbattere ai loro detrattori


“Oh come grato occorre/…/ il rimembrar delle passate cose, /ancor che triste, e che l’affanno duri,”.

Sovvengono immediati, pur nell’animo di amministratori ignoranti e incolti, questi versi di Leopardi, a ricordarci che la potenza seduttiva e (selettiva) della nostalgia non è certo una novità di oggi. I nostri illustri cittadini ed ex amministratori che tuonano indignati contro la supposta pochezza e sciatteria del governo della Città, null’altro fanno che pedissequamente ricalcare la prassi della rievocazione nostalgica di un passato fulgido che li vedeva protagonisti e che, a sentir loro, era lontano anni luce dalla realtà del tempo quotidiano, contraddistinto da caos e barbarie. Chissà, saranno tutti ammiratori del premio nobel J.M. Coetzee e del suo romanzo “Waiting for the Barbarians” ovvero “Aspettando i barbari”. Tra l’altro, esercizio per niente originale e necessitante molta autostima, poiché tra i nomi più celebri di tale attitudine, si annoverano personaggi come Cicerone e Dante, per dirne alcuni.

Non si credano quindi i nostri detrattori portatori di un pensiero originale ed alternativo; in questa loro prassi di invettive – che risultano in verità molto squallide e grossolane, quando non ilari – non fanno altro che evidenziare la pochezza della loro supposta superiorità di spirito e di animo che tanto rivendicano e sbandierano.

È in atto una vera e propria “epidemia di nostalgia”, come ha scritto Svetlana Boym nel 2001, caratterizzata dall’infantile atteggiamento di chi fissa ostinatamente il proprio sguardo e il proprio giudizio verso un passato, anche prossimo, a discapito di un impegno fattivo e costruttivo nel quotidiano e nel futuro.

La verità è che il mondo è sempre stato caotico ed ambiguo, faticoso e complesso. Ostinarsi a volerlo leggere e decifrare solamente con gli strumenti del passato, non aiuta nessuno. Anzi, il rischio politico di rese collettive al dialogo e al confronto all’insegna di soluzioni veloci e semplici, è un rischio immane e crescente.

Praticare il dialogo, fluidificare gli ambiti della conoscenza, pensare alla complessità e cercare soluzioni con nuovi strumenti, è faticoso e, nell’immediato, sicuramente poco gratificante e rassicurante.

Ma siamo stati chiamati a fare questo. Non ci difetta entusiasmo, cultura e soprattutto apertura mentale e voglia di fare. Sarebbe ora che tutti scendessero dal piedistallo e cominciassero ad accettare che la rivoluzione socio culturale in atto, come tutte le rivoluzioni, è al contempo inesorabile e inarrestabile.


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