Home / Attualità / La Repubblica italiana e quel voto plebiscitario che al sud voleva la Monarchia

La Repubblica italiana e quel voto plebiscitario che al sud voleva la Monarchia

Riflessioni nel giorno delle celebrazioni per il 2 giugno. La nascita del nostro sistema democratico vista da una prospettiva revisionista

La scheda utilizzata durante il Referendum del 2 Giugno 1946

Non tutti lo sanno, probabilmente lo ricordano i più anziani o quanti hanno avuto la fortuna di studiarlo a scuola: il Referendum sulla forma istituzionale dello Stato del 2 giugno del 1946 ebbe un esito incerto fino alla fine. E a mettere maggiore ansia ai repubblicani fummo proprio noi meridionali.

Tant’è che al tramonto del 3 Giugno di 74 anni fa nelle urne di tutte le regioni a sud di Roma il risultato fu a netto appannaggio di Casa Savoia: il 64% (5.930.371) votò per mantenere la Monarchia e solo il 36% (3.362.124), invece, per la nuova visione nazionale repubblicana e costituzionale.

Un suffragio strano se si considera che proprio il sud avrebbe dovuto essere il più motivato a mandare a casa un regno, quello sabaudo, che dopo l’Unità d’Italia del 1861 aveva praticamente ridotto alla fame tutto quello che un tempo fu il maestoso regno Borbonico delle 2 Sicilie.

E invece no. Perché nelle urne allestite nelle terre che furono di Pitagora e San Nilo, del Gattopardo e di Sciacia, di Masaniello e del Brigante Palma, è riecheggiato forte l’animo conservatore, quello che ancora oggi si riflette nell’antico proverbio “chini lassa la via vecchja pe la nova, sa’ chiddu ca lassa ma nun sa’ chiddu ca trova”. 

La storia raccontata da un’altra prospettiva

L’idea Repubblicana era troppo futuristica per il Sud, arroccato ancora al feudo e, più di tutto il resto del paese, al modello aristocratico del re e dei suoi sudditi. Almeno, questo è quello che ci hanno raccontato e che è scritto nei libri di storia.

Ma c’è anche un revisionismo storico che racconta un’altra verità. Di un sud che sarebbe stato bistrattato anche dopo la guerra e nelle scelte repubblicane.

Tra i fattori scatenanti della maggioranza bulgara sudista che si schierò a favore della monarchia ci furono le «manipolazioni» politiche dell’allora ministro dell’Interno, il piemontese repubblicano Giuseppe Romita. A raccontare l’altra versione dei fatti – quella non ufficiale per intenderci – è il giornalista, scrittore e meridionalista Angelo Forgione sulle pagine del suo blog.

I tempi delle elezioni amministrative del ’46 furono determinanti

«Fu Romita – scrive Forgione – che orchestrò le prime elezioni amministrative dopo la dittatura fascista in modo da mettere in secondo piano l’espressione degli elettori del Sud Italia… le consultazioni amministrative furono scientificamente distribuite in due momenti: il Nord in primavera e il Sud in autunno, a distanza di mesi, in modo da piazzarvi in mezzo proprio il più importante referendum del 2 e 3 giugno per scegliere tra la monarchia e la repubblica. Furono mandate molto presto al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale».

Insomma, una trovata geniale e una mossa strategicamente vincente, anche perché sarebbe bastato pochissimo per sovvertire anche l’esito referendario al nord e quindi nel resto del paese. Basti pensare che la Repubblica vinse sulla Monarchia con un risicatissimo 52%.

L’esito del referendum e la “politica di parte”

«Fu questo – scrisse di suo pugno Romita nella pubblicazione Dalla monarchia alla repubblica del 1959 – il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. […]. Nell’orientarmi, quindi, per la scelta dei comuni dove si doveva votare nella prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte, che ad ogni ministro deve essere consentita».

«Il Mezzogiorno – scrive Angelo Forgione – si disse monarchico, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni, più che di effettiva affezione ai Savoia, si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia».

Ma la Repubblica vinse e con esso il sistema politico tutt’ora vigente, assieme a quella che oggi e per ammissione di tutti è la Costituzione più democratica del mondo, peccato solo che sia quotidianamente offesa e disattesa da una classe dirigente che dopo quasi 80 anni non è riuscita ancora ad interpretarla a dovere.

De Nicola, il primo presidente della Repubblica: monarchico e meridionalista

Intanto, dopo quel 2 giugno 1946 e all’esito delle urne, per placare gli animi e “risarcire” il Sud, il 28 giugno l’Assemblea Costituente mise a Capo dello Stato un monarchico napoletano, Enrico De Nicola, eletto al primo scrutinio con circa il settantacinque per cento dei suffragi dopo aver votato egli stesso a favore della monarchia, convinto dalla necessità di assicurare un trapasso meno traumatico possibile al nuovo sistema e di proporre ai filo-monarchici meridionali una figura capace di riscuoterne il gradimento.

di Marco Lefosse


 

 

 

Commenta

commenti