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La burocrazia e la rivoluzione di Renzi: serve più politica e meno dirigenti

di LENIN MONTESANTO

renzi-e-leninPer coloro che non sono capaci di credere, ci sono i riti; per coloro che non sono capaci di ispirare rispetto da sé, c’è l’etichetta; per coloro che non sanno vestirsi, c’è la moda; per coloro che non sanno creare, ci sono le convenzioni e i cliché. Ecco perché i burocrati amano i cerimoniali, i preti i riti, i piccoli borghesi le convenzioni sociali, i bellimbusti la moda. Per quanto simpatica, questa istantanea del regista russo Stanislavski non riuscirebbe a spiegarci fino in fondo cosa è diventato, da Roma alle province, il potere ormai assoluto di burocrati e tecnici.
Di fatto è sparita la Politica. Quella capace di individuare delle priorità (ieri) e di decidere (oggi); di darsi e pretendere delle visioni; quella capace di anticipare il futuro, andando oltre la lettera delle innumerevoli e per lo più contraddittorie leggi vigenti (pessima tempora, plurimae leges!).
Manca la Politica dei pensieri lunghi, quella che sa osare ed esigere l’impossibile pur restando realista; quella Politica insomma – come è solito ripetere Mario Albino Gagliardi, anomalo sindaco di Saracena – che non si accontenta di applicare ciò che la legge dice e prescrive ma che sa interpretare rinnovamento, equità e progresso, facendo, se utile, anche ciò che la legge espressamente non dice e non vieta (quod non est lege prohibitum, intelligitur concessum!). Indizi filosofici a parte, se c’è oggi in Italia un gap da colmare, forse causa delle crisi di cui non si smette di parlare, è proprio quello dell’autorevolezza e delle capacità decisionali del livello politico rispetto a quello che, nelle democrazie consolidate, dovrebbe essere considerato soltanto il livello attuativo. Dal centro alle periferie. Dai ministeri agli enti locali. Piaccia o meno, il Premier Renzi (qualcuno lo definisce neo centralista) pare stia cercando di intervenire, non si sa se con successo, proprio su questo ingranaggio-chiave della democrazia e dell’efficienza delle istituzioni pubbliche; un meccanismo che, dalle leggi Bassanini in poi, senza entrare nel merito di norme e principi ispiratori, ha di fatto relegato presidenti del Consiglio e di Regione, ministri e sindaci ad esecutori di funzioni notarili rispetto a teoremi, dicktat e spesso vizi, riti e paradossi di una tecnocrazia e di una burocrazia autoreferenziali, sciolte da ogni vincolo di responsabilità, di verifica meritocratica e di confronto democratico.
Governo, Regioni e Comuni sono ormai nelle mani di boiardi, dirigenti e responsabili di settore, in primis quello finanziario. Ma stesso discorso vale per vari settori amministrativi, con il vortice di sempre nuove modifiche, strumenti normativi ed obblighi di pianificazione territoriale o di accorpamenti ed accentramenti di enti, ruoli, funzioni, servizi e quindi di potere discrezionale ed interessi economici. Altro che sindaco e assessore al bilancio! Di fatto non riconosce superiori chi mette mano ogni giorno (si dice solo tecnicamente ma non è mai così) ai bilanci. Chi fa decreti e mandati di pagamento. Chi decide se una qualsiasi pratica può o meno essere perfezionata, quando, dove, come e perché. Chi, tecnico o burocrate, si permette al telefono col cittadino o sulla stampa di contestare e perfino di offendere il proprio sindaco. Chi, unico responsabile per determinate procedure, decide di mettersi in ferie per due o tre settimane di seguito, dopo le vacanze di Natale o Pasqua, bloccando la macchina amministrativa. Ed è sempre la crisi (economica o della Politica?) a giustificare tutto. Il risultato, e nei nostri territori si tocca con mano, è che tutti hanno l’ultima parola su tutto, tranne gli amministratori, quelli che gli statalisti francesi (beati loro!) preferiscono chiamare gli eletti, per distinguerli da chi eletto non è!
Difficile dire se quest’Italia distrutta, ingessata, arrugginita e claudicante saprà auto-riformarsi con la spinta decisionista (che serve eccome!) dell’attuale governo nazionale. Nelle rivoluzioni, purtroppo, sono tante le variabili pidocchiose e che rischiano di infestare e vanificare l’esito finale. Uno degli esempi più noti: nel 1919, a meno di due anni dalla rivoluzione bolscevica ed ancor prima di Trotskij, Vladimir Ilyich Ulyanov (alias Lenin) avvertiva un solo, vero pericolo per lo Stato socialista: la sua deviazione e distorsione burocratiche, a causa di uomini estranei alla rivoluzione, molti di essi senza principi. Fu, anche questa, l’ultima lotta di Lenin, per opporsi a Stalin. Come è andata poi a finire lo sappiamo tutti. La rivoluzione di Renzi non ha molte chance se non si interviene subito sulla zavorra burocratica. Facendo ritornare un po’ di Politica. Perché la fantasia – diceva Einstein – è più importante della conoscenza.

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