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“Islam è pace, non violenza”. L’Eco dello Jonio in visita alla Moschea di Schiavonea

di MARTINA FORCINITI e SAMANTHA TARANTINO

moscheaAlaykumas – salām. E con voi la pace. Gli scenari che un saluto, quello arabo, può invocare non possono essere più diversi dalle immagini che in questi ultimi anni e, soprattutto, negli ultimi mesi siamo abituati a vedere. Perché da qualche tempo a questa parte dici Islam e dici terrorismo. E dai fatti di Parigi in poi, l’errata equiparazione, insieme all’escalation, preoccupano sempre di più.
E non c’era certo bisogno che Obama ci dicesse che «non è in atto una guerra di religione». A “L’Eco dello Jonio” è bastata poco più di un’ora di curiosa e piacevole conversazione con Mohamed Faid, responsabile della comunità musulmana di Schiavonea, che ci ha aperto le porte del luogo a lui più sacro, per capire che non c’è inciviltà né inumanità in parole come queste: «Nessuna religione professa la violenza. Dove c’è intolleranza, non c’è Islam. Noi pratichiamo la pace. Libertà di stampa? Certo, ma senza ridicolizzare. La tolleranza passa anche da qui».
Dal Marocco con la speranza di migliorarsi. Sul quel suolo italiano, che doveva essere solo una terra di passaggio verso l’Australia e le Americhe, hanno deciso di stabilirsi. E qui, in quella Calabria sempre pronta ad accogliere l’ospite con sorrisi e strette di mano, si sono fatti una famiglia e hanno imparato a integrarsi. È il racconto, questo, che Mohamed ci fa entusiasta. È la vita di un islamico sulla costa di Corigliano. Fra quelle mura di legno che lui stesso, tassello per tassello, ha costruito, ci descrive riti quotidiani e regole di vita calate in un ambiente che non è poi così diverso. E che in molti hanno imparato a chiamare casa.
«Ci siamo integrati talmente bene che in molti qui hanno creato la propria famiglia, sposando donne calabresi che hanno scelto di convertirsi alla religione islamica e di istruire i nostri figli nel segno di una linea educativa unica. Vogliamo mantenere vive le nostre tradizioni e anche per questo – anticipa a L’Eco dello Ionio – apriremo a breve una scuola di lingua araba per i nostri bambini.
La nostra Moschea è frequentata da soli uomini, per lo più da giovani e adulti originari del Marocco: siamo quasi cinquecento. Viviamo tutti qui, tra Schiavonea e Corigliano. Negli anni passati arrivavano fedeli anche dai comuni vicini, mentre oggi ci sono otto Moschee in tutta la provincia di Cosenza, da pochissimo anche a Rossano. La più grande e storica resta a Villapiana. Non abbiamo mai avuto problemi con la gente del posto, perché qui al sud, più che al nord, c’è uno spirito di comunione e di fratellanza. I nostri figli che frequentano le scuole pubbliche in uno stato laico ovviamente non svolgono l’ora di religione cattolica nel rispetto del nostro credo, così come non mangiano carne di maiale e derivati nelle mense scolastiche. Certo a nessuno di noi è mai venuto in mente di mostrarsi intollerante nei confronti, per esempio, del crocifisso, simbolo della religione cristiana. Non dettiamo regole in una casa d’altri! E nel segno dell’integrazione, nei giorni scorsi abbiamo piantato qui a Schiavonea un albero della pace».
Cinque momenti fondamentali caratterizzano la giornata del buon musulmano credente e praticante: il tempo della preghiera scandisce una quotidianità che trascorre fra lavoro, scuola e occupazioni che non sono poi tanto differenti dalle nostre.
«All’alba, a mezzogiorno, nel primo pomeriggio, al tramonto e quando cala il buio: “Bastano cinque momenti – così come Dio disse al profeta Mohamed (Maometto) – per onorarmi”. Cinque come se fossero cinquanta. C’è, poi, il giorno più sacro: il venerdì di preghiera (Jumu’ah), in cui è obbligatorio, per onorare Maometto, recarsi in quella Moschea che d’altro canto è soprattutto un luogo in cui ritrovarsi. Abbiamo comprato gli spazi facendo una colletta nazionale, mentre per provvedere al pagamento delle bollette e di contributi vari raccogliamo la somma ogni venerdì.»
L’integrazione c’è ed è solida, è vero. Però ci accorgiamo che le nostre beghe e i nostri colori politici per loro sono lontani anni luce.
«Noi rimaniamo estranei a tutte le faccende e alle questioni politiche, che siano nazionali o locali. Tra l’altro non riceviamo alcuna sovvenzione pubblica. Destra e sinistra? Io, come tanti altri, non vado neanche a votare».
Scoprendoci il capo e lasciando quei tappeti per un po’ percorsi a piedi scalzi, sono due in particolare i momenti che ricordiamo e che vogliamo rimarcare: la consapevolezza che qualsiasi religione, coi suoi simboli, merita rispetto.
È facile inciampare nel pregiudizio, l’importante è conoscere.

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1 Commento

  1. Studiod

    Qualsiasi religione merita rispetto … giustissimo … ma qualsiasi uomo … di qualsiasi religione è tenuto a denunciare tutto ciò che è violenza , in tutte le sue forme …

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