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Il Tar Calabria potrebbe ridisegnare gli scranni dell’opposizione in Consiglio regionale

Il 22 settembre andrà in discussione il ricorso del candidato Davide Tavernise che chiede l’assegnazione di un seggio alla lista del Movimento 5 Stelle

Il Tar Calabria, a breve, potrebbe ridisegnare la carta politica del Consiglio regionale, quantomeno per quanto riguarda l’emiciclo riservato all’Opposizione. Il prossimo 22 settembre, infatti, andrà in discussione il ricorso presentato da Davide Tavernise, candidato del Movimento 5 Stelle alle ultime competizioni regionali del gennaio scorso, per una «distorta interpretazione della legge elettorale regionale».

In buona sostanza, l’esponente grillino originario di Crosia Mirto, che con 2.241 voti è stato il candidato che ha ottenuto più voti tra le liste pentastellate di tutte e tre le circoscrizioni calabresi, rivendica un posto a Palazzo Campanella in quanto – a suo parere – lo sbarramento dell’8%  (la coalizione M5S guidata da Aiello è arrivata al 7.35%) previsto dalla legge elettorale regionale riguarda solo l’elezione del candidato presidente e non quella delle singole liste (che invece si ferma al 4%). Una teoria che, se confermata, potrebbe mettere in moto altre rivendicazioni da parte di altre liste che hanno concorso alle regionali del 2020.

A patrocinare la tesi dell’aspirante consigliere regionale Davide Tavernise, ci sono gli avvocati Felice Besostri e Massimo Ferraro, che proprio il prossimo martedì 22 settembre la discuteranno di fronte ai giudici di Catanzaro.

Sotto i riflettori, dicevamo, c’è l’articolo 1 della legge elettorale regionale «o meglio – spiegano i legali – l’interpretazione fornita dall’ufficio elettorale che, ad avviso dei ricorrenti, ne stravolge il senso in maniera antidemocratica perché escluderebbe dalla rappresentanza un numero enorme di elettori calabresi, a vantaggio delle liste da essi avversate».

Non solo, nel mirino finisce il terzo comma dell’articolo 1 per il quale “non sono ammesse al riparto dei seggi le liste circoscrizionali il cui gruppo, anche se collegato a una lista regionale che ha superato l’8%, non abbia ottenuto nell’intera regione almeno il 4% dei voti validi”.

«Il gruppo di liste circoscrizionali del M5S – affermano gli avvocati – era collegato alla lista circoscrizionale N.4 (Aiello presidente) e ha ottenuto un totale di 48.675 voti, pari al 6,25%». Qui nascerebbe l’inghippo, come riferiscono gli avvocati Besostri e Ferraro che bocciano l’interpretazione dell’ufficio elettorale per il quale «la norma sarebbe da interpretarsi così: “non sono ammesse al riparto le liste circoscrizaionali il cui gruppo, collegato a una lista regionale che non ha superato l’8%, anche se abbia ottenuto nell’intera regione almeno il 4% dei voti validi”».

Questa versione «rovescia il senso dell’intera frase» con le parole “anche se collegate ad una lista regionale” spostate davanti alla frase sulla soglia minima per l’attribuzione di seggi. Del resto, le liste regionali collegate con la nuova legge regionale non esistono più. Questa interpretazione, per il ricorrente, pone infatti la percentuale dell’8% come soglia di sbarramento ai fini dell’esclusione, indipendentemente dal numero di voti ottenuti su scala regionale. Un’interpretazione che, spiegano i due legali, ha quindi spinto ad escludere le liste pentastellate «che hanno ottenuto ben più del 4% su scala regionale benché collegate ad una lista regionale che ha ottenuto una percentuale di voti inferiore all’8%».

Una decisione che i legali bollano come «errore» e che ritengono abbia pregiudicato il M5S «e in particolare il candidato Tavernise che ha ottenuto il maggior numero di voti della propria lista».


 

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