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Il messaggio di Natale dell’Arcivescovo Satriano: “Umiltà e mitezza tornino ad essere valori coltivati e virtù praticate”

Carissime e carissimi,

quest’anno desidero porgere gli auguri natalizi partendo dalla tradizione che, nella stalla, accanto a Gesù Bambino e a Maria e Giuseppe, pone due animali: il bue e l’asinello.

Non li troviamo nelle narrazioni evangeliche di Luca e Matteo, ma sembrano starci bene accanto a Gesù quasi a richiamare due virtù: l’umiltà e la mitezza. Sono tra i primi esseri viventi ad adorare il Signore e nella tradizione iconografica del Natale ci conducono a riflettere su questi atteggiamenti del cuore che Gesù attribuisce a sé, nel vangelo di Matteo, e che sono costitutivi di una testimonianza credente.

Una mangiatoia inospitale

in cui adagiare la vita

I tempi che viviamo non sono semplici, imbarbariti da arroganza e prepotenza, da falsità e pregiudizi, divengono spazio sempre più asfittico per relazioni luminose e possibilità di crescita comunitaria.

Pensiamo di poter progettare la vita a partire da noi stessi, eliminando l’altro e non lasciando opportunità a chi si pone dinanzi a noi con la sua diversità e la sua alterità.

Razzismo e violenza affiorano con sempre maggiore virulenza anche nelle nostre contrade. Corruzione e abusivismo ad ogni livello esprimono la miseria in cui viviamo.

Le stesse dimensioni del vivere sociale come la comunicazione, la politica, il mondo educativo sono impregnate dall’adagio pericoloso e seducente del: “Tutto intorno a te”.

Tutto può essere plasmato intorno al proprio orgoglio, al proprio desiderio sfrenato di emergere, di affermarsi, sfornando uomini e donne capaci solo di interpretare la realtà attraverso un selfie, per cui la realtà assume senso e significato solo se ci siamo noi dentro, con la nostra sete di visibilità.

In una società così autocentrata e inospitale c’è ancora posto per la mitezza e l’umiltà?

Il bue e l’asinello,  la mitezza e l’umiltà: il calore ospitale che dà vita

Gesù, nel vangelo di Matteo (11,28-30), afferma:

“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

La mitezza e l’umiltà, come la povertà, sono una disposizione interiore che, se è autentica, trasforma il comportamento personale e la vita sociale. Si tratta della rinuncia ad ogni diritto, quando esso riguarda soltanto se stessi. È un atteggiamento del cuore che ama, e che ama veramente, poiché l’amore non ha diritti, e se ne ha vi rinuncia.

Il mite e l’umile di cuore non si agita e sà essere capace di una pazienza inalterabile. In lui non c’è durezza, non c’è violenza. Mitezza e umilità sono atteggiamenti del cuore e non della volontà, possibili solo attraverso percorsi educativi vissuti alla scuola di Gesù, il vero mite e umile di cuore.

Egli viene al mondo per comunicarci la sua vita di Figlio del Padre, infatti è nel riappropriarci della nostra figliolanza divina che troviamo la salvezza. Nello Spirito, che la vita di grazia ci dona, i nostri cuori vengono condotti ad abbracciare il dolce giogo, quel vincolo che è la libertà dei figli di Dio: libertà di scoprirsi amati e capaci di ri-amare a nostra volta.

La dolcezza della mitezza e la pazienza dell’umiltà sanno nutrire i tempi della conversione, conducendo a quell’intimità con Dio che scardina l’orgoglio e le sue reazioni violente di fronte a chi scalfisce i nostri interessi o cerca di sottrarci ciò che ci appartiene.

Mitezza e Umiltà:

coordinate per costruire un mondo nuovo

Il mite e umile di cuore, conformato a Cristo, diviene l’uomo delle beatitudini: l’uomo nuovo che eredita la terra. Rinnovato dall’Amore, l’uomo riscopre il suo essere figlio a immagine e somiglianza del Padre. Un figlio che eredita la terra sapendola governare con la sua amabilità e rendendola anticipazione del paradiso. Il riferimento è alla relazione nuova che nasce col prossimo.

Il mite e l’umile sanno costruire relazioni nuove, cariche di misericordia, capaci di riconciliazione, libere da quell’aggressività che, sin dalle origini, ha sempre contraddistinto il cammino dell’uomo.

Vivere la mitezza e vivere l’umiltà non è questione di passività o debolezza, bensì è forza che sposa una tenerezza risoluta, per dirimere e affrontare ogni cosa.

Sull’esempio di Gesù, siamo chiamati anche noi a vivere nella semplicità, senza tortuosità interiori, abbandonando ogni durezza del cuore, ogni malizia. Siamo chiamati a non lasciarci fuorviare dall’arroganza umana, facendo divenire la vita una primavera per l’umanità.

Dalla mangiatoia di Betlemme all’oltraggio della Croce, concludendo con le stimmate della Risurrezione, mitezza e umiltà si attestano come il cantus firmus della luminosa testimonianza di vita di Gesù, che a noi si rivela sempre in questa veste.

Attenzione al bue e all’asinello

Non manchi, dunque, l’attenzione a porre nei presepi il bue e l’asinello, per non perdere l’occasione di riflettere su quanto viviamo. Nulla è trascurato dallo sguardo con cui Dio guarda alla storia, alla mia, alla tua. Ciò che sembra ininfluente diviene centrale e significativo.

Il Natale segni per tutti un momento di autentica rinascita, in cui riscoprire il valore della vita semplice, sobria, fatta di cose belle, cristalline.

Umiltà e mitezza tornino ad essere valori coltivati e virtù praticate per adornare questo mondo troppo imbruttito dalla nostra arroganza ignorante.

Il Signore benedica tutti voi, in particolare ammalati e sofferenti, nel corpo e nello spirito, quanti sono stati feriti nella dignità, e coloro che calpestati dall’ingiustizia e dalla violenza attendono risposte ricche di speranza.

A tutti giunga la mia benedizione e l’augurio paterno per questo Santo Natale.

+  don Giuseppe

vostro Arcivescovo


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