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Il disastro epocale: la Sanità che tutelava tutti distrutta dalla logica del profitto

Dagli anni 80 i numeri sui tagli alla sanità sono impietosi e meritano di essere ricordati: l’Italia contava 922 posti in terapia intensiva ogni 100.000 abitanti

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse

«Le politiche nazionali e regionali che hanno portato a debiti su debiti, commissariamenti per ogni posto letto in Calabria “a spese nostre” con un ministero della salute che conferma poltrone per amici e portatori d’acqua alla loro politica». Una pezza peggiore del buco, così l’Unione sindacale di base di Catanzaro presenta i numeri di un disastro epocale.

Sono stati 37 miliardi tagliati alla sanità pubblica negli ultimi dieci anni (gli stessi che il MES vorrebbe “riappioppare” all’Italia). Tutto ciò ha prodotto come un effetto domino che ha colpito con la Calabria che può contare solo su 186 posti in terapia intensiva.

Per arginare l’emergenza Covid non sono stati assunti i 320 sanitari per l’assistenza domiciliare per chi non ha bisogno di ricovero. Inoltre, nessuna traccia degli 86 milioni di euro che dovevano essere spesi per la pandemia.

«Non esistono percorsi straordinari nei pronti soccorso, nessuna traccia degli hotel e locali da dedicare alle famiglie con affetti positivi». Una debacle assoluta che ha delle radici lontane che ha demolito una sanità pubblica che tutelava la salute come bene universale: «L’hanno trasformata in aziende con logiche di profitto e di mercato, (Lombardia docet). Nel 1981 avevamo 530 mila posti letto, nel 2017 sono diventati 230 mila. Avevamo la garanzia costituzionale dell’accesso alle cure per tutti, oggi abbiamo 14 milioni di cittadini che non possono curarsi».


 

 

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