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Gogna mediatica, Iacchitè tra corvi e talpe. Ossessionato dai LaPietra!

L’EDITORIALE DI MATTEO LAURIA

Iacchitè

Iacchitè e l’informazione fogna

La città è in ginocchio. L’economia è ferma. La crisi si tocca con mano. Basta dare uno sguardo alle principali vie della città e si può osservare il numero preoccupante di affissioni in cui si annunciano chiusure di esercizi commerciali, saracinesche abbassate, cartelli con su scritto “vendesi” e/o “affittasi”. Tutto questo è il segnale di una recessione preoccupante dal cui tunnel si spera si possa uscire mediante una serie di interventi strutturali d’area. Tra questi la recente costituzione della terza città della Calabria, Corigliano Rossano, la prima della provincia di Cosenza. È stato raggiunto dunque un obiettivo importante, ma per incassare i primi risultati sarà necessario attendere anni e anni. Nel frattempo occorre andare avanti.

La vita è fatta di quotidianità. Ignobile si è dimostrato l’atteggiamento di uno Stato che ha saputo solo depotenziare un territorio con un prodotto interno lordo tra i più alti della regione, invidiato e forse per questo aggredito e colpito fino a sfinirlo, oggi ai limiti delle soglie di povertà. Questo è lo scenario. Dalla politica solo promesse e impegni. La realtà ha bisogno però di atti concreti, non di chiacchiericcio. La cura immediata è il rilancio dell’economia mediante investimenti per la creazione di posti di lavoro. Per far questo occorrono più fattori concomitanti. In primo luogo: mentalità, crescita culturale, politica e informazione responsabile. Deve prevalere la maturità, oltre a competenza e professionalità. Al momento di tutto ciò non vi è traccia, si lascia spazio all’inciviltà, alla barbarie, alla volgarità. Stato di diritto e presunzione di innocenza sono principi che restano sulla carta.

GABRIELE CARCHIDI OSSESSIONATO DALLA SOLA CITTA’ DI ROSSANO

A fronte di una dilagante catastrofe economica c’è chi gioca dietro le tastiere, con un moralismo prettamente utilitaristico, che si nutre di scandalismo infondato. Tale sito cosentino Iacchitè diretto da Gabriele Carchidi evidentemente beneficiario di importanti protezioni, è quasi ossessionato, quando guarda allo jonio, dalla sola città di Rossano, sede di tutti i mali. Tace, chissà per quali reconditi motivi, sulla sporca chiusura del tribunale di Rossano, ma trova il tempo per redigere articoli solo distruttivi e fantasiosi nei confronti del centro jonico mettendo alla berlina persone e famiglie sulla base di lettere anonime inviate da corvi che non avendo il coraggio di metterci la faccia usano quella di Iacchitè.

Il pioniere dalle facili denunce ama distruggere: si presentano progetti turistici e vi è del marcio, si concretizza la fusione ed è una “puttanata”, si realizza il nuovo ospedale e ci sono interessi, si tenta solo sulla carta di dare un futuro all’Enel e c’è del malcostume, persino l’arcivescovado apre a sostegno delle povertà il “centro della speranza” e vede manfrine.  Insomma per costui la città del Codex dovrebbe morire. Chiediamo a Carchidi di venire a Rossano (forse mai stato), sarà lui capace di trovare ogni soluzione a tutte le problematiche? Magari potrà garantire occupazione a quel centinaio di lavoratori (tra dipendenti e indotto) che ruotano attorno alla famiglia Lapietra le cui imprese operano nel settore dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’informazione. Sia chiaro il diritto di critica è lecito, lo sciacallaggio mediatico, a mio parere prezzolato, è altra cosa.

SI RICHIAMANO VICENDE POLITICO/GIUDIZIARIE FRUTTO SPESSO DI SPUDORATE MENZOGNE

Alcuni infondati attacchi posti in essere nei confronti delle imprese riconducibili alla famiglia Lapietra rischiano di produrre danni irreversibili non solo all’immagine delle stesse, ma determinano anche gravi disagi nei rapporti con gli enti, le istituzioni, le banche, la burocrazia. Fortunatamente si tratta di imprese sane e solide per cui reggono l’urto, grazie alla serietà di chi vi opera. L’irresponsabilità di Carchidi, e di quanti vilmente lo imbeccano a distanza, ha oltrepassato ogni limite. Si gioca, si ironizza, si scherza, si ridicolizza, sulla vita delle persone come se nulla fosse, incuranti degli effetti denigranti che coinvolgono minori di tenera età.

Con tono sarcastico si richiamano vicende politico/giudiziarie, frutto spesso di spudorate menzogne, nel silenzio di tutti. Stiamo parlando di un soggetto, Carchidi, la cui pericolosità sociale si tocca con mano: su di lui pendono quattro condanne penali, 64 processi, 68 querele di cui 17 da imprenditori, sei da avvocati, 14 da politici (sottosegretari, consiglieri regionali, esponenti politici), sette da carabinieri e polizia, 15 da magistrati, 5 da dirigenti pubblici, 4 da editori e giornalisti (fonte Ossigeno). Il pontificatore delle verità ha fatto un mercimonio, quasi da macelleria sociale mediatica. E continua indisturbato: stesso stile, stesse tecniche. In un’Italia in cui non si può neanche accedere a un concorso pubblico se non hai la fedina penale pulita è possibile, al contrario, assumere ruoli direzionali di una testata giornalistica. Sono le contraddizioni di un sistema tutto da rivedere.

IL TARLO DI CARCHIDI E’ LA FAMIGLIA LAPIETRA

Il tarlo di Carchidi è la famiglia Lapietra, soprattutto nei periodi di campagna elettorale, bersaglio di ripetute e continue invettive (copia e incolla di articoli prodotti e riprodotti magari per raccattare qualche visualizzazione in più), definita mafiosa e divoratrice di malaffare. E ad ogni inchiesta giudiziaria che scoppia tenta di trascinarla a tutti i costi, come nella vicenda delle aree sociali che vede altri soggetti coinvolti, ma non certo i Lapietra. Tutto nasce dal fatto che i Lapietra conoscono o hanno amicizie (come se ciò costituisse un reato) con personalità della politica locale, regionale e nazionale. Ci dica Carchidi quale imprenditore non ne ha? O pensa Carchidi che fare imprenditoria in Calabria sia facile? Si tratta di imprenditori come tanti che, in quanto tali, ovviamente, mirano al profitto, ma producono anche posti di lavoro, realizzano opere pubbliche, investono in momenti in cui è difficile mettere a rischio dei capitali.

Un ragionamento questo che vale tanto per i Lapietra quanto per tutti gli altri imprenditori impegnati in prima linea nel tentare di garantire qualche posto di lavoro in più. E fra tassazione al 60%, legislazione farraginosa, burocrazia esasperante, politica lumacosa e spesso ostativa, non è certo semplice riuscire a fare impresa non senza difficoltà e sofferenze. Cosa accade invece? Anziché sostenere o incentivare l’imprenditoria locale nel suo complesso, si dà spazio a una campagna di veleni che produce il solo effetto di paralizzare le attività. E il grave rischio è rappresentato dalle numerose famiglie che ruotano attorno a queste imprese, già in bilico per mancanza di committenza.

CERTA MAGISTRATURA COSENTINA HA RITENUTO DI CHIUDERE LA COSA CON LA DICITURA “LINGUAGGIO COLORITO”

In verità il problema non è tanto Carchidi, tra le cui colpe vi è anche quella di non fare filtro né di riscontrare i contenuti dei velinari, quanto l’atteggiamento di “talpe” del posto che si cimentano in ricostruzioni spesso fantasiose e fuorvianti con il solo fine di dileggiare le persone, alcune delle quali tra l’altro a braccetto proprio con i tanto contestati Lapietra per lunghi anni. Nel tritacarne della gogna mediatica, tuttavia, non solo i Lapietra ma tanti altri soggetti in una prima fase conniventi con questo modo giunglesco di colpire persone e cose. Come dire: da carnefici a vittime. Ciò accade quando non si difendono i principi. Come nel caso delle amministrative del 2016 quando nel giorno del silenzio Iacchitè pubblicò un articolo per colpire il candidato Ernesto Rapani al fine di favorire l’attuale amministrazione oggi tanto criticata da Carchidi.

A tal riguardo come non ricordare le accuse rivolte alla redazione de l’Eco dello Jonio (editore famiglia Lapietra) spacciata per mafiosa nonostante la linea editoriale fosse contraria a quella di Rapani (altro che amicizia!). L’Eco dello Jonio difatti era per il boicottaggio dell’urna come forma di protesta, Rapani ed altri invece legittimamente di parere contrario. Chiamato in giudizio, quale unico atto di autotutela, ossia la querela, certa magistratura cosentina ha ritenuto di chiudere la cosa con la dicitura “linguaggio colorito”, abilitando di fatto chiunque a fare altrettanto. Quanta superficialità in giro!

DI LIVELLO BASSO QUESTO TIPO DI “GIORNALISMO”

Tanti i teoremi dati in pasto ai social, spesso non garantendo neanche il diritto di replica, ed ecco che il tutto si trasforma in un dramma per padri di famiglia, figli, spesso adolescenti e mogli, costretti a subire forme di violenza di inaudita gravità, come ad esempio sforare nella vita privata attribuendo “amanti” a destra e a manca, o soprannomi, o supposizioni non riscontrabili che ipotizzano malaffare. Di livello davvero basso questo tipo di “giornalismo”, o per meglio dire, pettegolezzo becero spacciato per giornalismo. Di fronte a certi tipi di reati, oltre al rispetto delle norme vigenti, il buon senso suggerirebbe o di raccontare il fatto, di corredarlo di prove o di tacere.

Non si può impiantare un castello accusatorio sulla base di supposizioni e ipotesi, dispensando reati (sostituendosi ai magistrati) come se nulla fosse. Come dicevamo in premessa, siamo nell’Italia dove tutto è lecito, dove anche chi scrive ed esercita l’attività giornalistica può fare uso di droghe più o meno leggere, tanto tutto è ammesso, o riportare condanne penali e giudicare gli altri di essere dei malfattori. La famosa doppia morale! L’aspetto inquietante è la sensazione frustrante di impotenza che vivono i destinatari di calunnie e invettive nel difendersi secondo legge, poiché gli strumenti della democrazia non producono effetti riparatori né immediati, tanto meno a lungo termine.

COME RISPONDE LA CITTA’ A TUTTO QUESTO? AL MOMENTO CON IL VOCIFERARE DA MARCIAPIEDE

Finanche l’Ordine dei Giornalisti, in questo caso della Lombardia, presenta dei limiti in sede di commissione di disciplina, il cui organo è chiamato a pronunciarsi circa la presenza di violazioni deontologiche tra colleghi. E invece come si pone? Demanda gli esiti alla Procura della Repubblica, quasi come se la commissione di disciplina di un Ordine professionale debba pronunziarsi sull’accertamento di un reato. Ecco, allora, che il sistema vacilla. Si rinviene un evidente vuoto negli organismi preposti, anche di vigilanza. E in una società in cui il buon senso è andato a farsi friggere, va da sé che a rimetterci è la qualità del dibattito. Bene la libertà di espressione e di pensiero, bene il diritto di critica e di cronaca, ma ciò non può tradursi in linciaggio mediatico ad opera di gente che rimane impunita in eterno.

Altro aspetto non meno importante è: come risponde la città a tutto questo? Al momento con il vociferare da marciapiede. Nulla di più. Anzi, alcuni settori quasi godono nell’assistere a cotanto infimo livello di discussione. Uno scenario mai visto in precedenza che non accenna a placarsi, piuttosto è graduale nella crescita. Pubblicare lettere anonime senza effettuare un minimo di riscontro è quanto di più ignobile si possa esercitare. D’altronde, nell’epoca del populismo, certo modo di fare editoria da fake news è remunerativo persino sul piano commerciale poiché è legato al numero delle visualizzazioni e non alla qualità di un articolo.

SE SI VUOLE TUTELARE ANCHE L’IMMAGINE DELLA CITTA’ E’ GIUSTO REAGIRE

Vincono sensazionalismo e scandalismo, oggi premiati con moderati riconoscimenti economici. Quel che è importante sapere è che fare nomi e cognomi non è sinonimo di verità, ma spesso è indice di pressappochismo e di superficialità. E lo è ancor di più quando chi ha la responsabilità penale e civile sfugge o si sottrae alla giustizia. E’ tempo di dire basta a cotanta inciviltà, anche quando non si è destinatari di illazioni e contumelie. I silenzi corali abilitano quanti vivono di spregiudicatezza. Amministrazione comunale, sindaco, ex sindaci, consiglieri regionali, assessori comunali e provinciali, professionisti, consiglieri comunali, non solo accusati e finiti sulla graticola ma persino derisi. Dall’altra, nessuna reazione! Tali silenzi sono vissuti da chi legge come conferme. Se si vuole tutelare anche l’immagine della città è giusto reagire evitando il diffondersi di notizie contaminate.

Ora, dopo questo editoriale, si penserà che dietro tale scritto vi sia una difesa d’ufficio. Personalmente non sono un dipendente della famiglia Lapietra, avrei potuto tranquillamente soprassedere. Mi dico però preoccupato per il malessere presente nella città in cui sono nato e vissuto. Per i tanti ragazzi e ultra cinquantenni senza lavoro, il cui destino è più legato alla speranza di trovare occupazione in un’area oggi depressa. Destino, fortemente compromesso, in mano a quei pochi imprenditori che investono, perché dalla politica e da Carchidi purtroppo arriva ben poco!

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