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Per giudicare bisogna essere onesti. Si guarda la pagliuzza e non la trave

lavoroL’EDITORIALE DI MATTEO LAURIA

E’ da più tempo che come testata giornalistica siamo protesi a sottolineare la necessità di dare priorità alla creazione di posti di lavoro in considerazione della grave crisi che attraversa il nostro territorio. Lo facciamo per senso di responsabilità sociale alla luce dei segnali preoccupanti che di giorno in giorno registriamo nelle nostre città della Sibaritide, costrette a convivere in una morsa di grave contingenza economica, tra commercianti costretti ad abbassare le saracinesche perché oberati da una pressione fiscale tra le più alte in Europa o a barcamenarsi con la concorrenza legittima ma sleale del mercato su internet. Lo facciamo perché non notiamo una severa attenzione alle priorità da destinare riguardo ai processi di sviluppo: rilancio strategico del sito industriale Enel, sblocco dell’edilizia, liberalizzazione del mercato mediante l’attuazione di procedure spesso ingessate e poco fruibili.

In questo quadro a dir poco avvilente, diventa talvolta insopportabile l’abitudine di colpire sotto traccia quei pochi che si espongono creando posti di lavoro, non sottopagato, in una terra che non riesce a produrre un minimo di occupazione se non irregolare. Abbiamo costruito una società in cui è divenuta un’aggravante restare nelle regole, essere ossequiosi di norme e leggi, produrre progetti e aprirsi a processi virtuosi. Vince invece chi non si espone, chi lavora dietro le quinte, con atteggiamento furbesco, dimenticando tuttavia che viviamo in centri a dimensione d’uomo, in cui poco o nulla sfugge, in cui tutti si conoscono.

Aprire il capitolo del malcostume da queste nostre parti significa entrare in un tunnel senza fine, dove il limite tra il lecito e l’illecito diviene molto sottile. C’è una parte di società civile che agisce in maniera silente, opera come solo i vili sanno fare, non partecipa al dibattito pubblico di interesse generale per il timore di mettersi contro il timoniere di turno. Sono quei soggetti di cui non si parla mai, ma ottengono benefici con metodi altamente discutibili, contrariamente  a chi almeno ci mette la faccia, pagandone un prezzo. Qualcuno eccepirà: sono doti da apprezzare poiché richiedono strategie comportamentali che mirano al risultato, di machiavellica memoria “il fine giustifica i mezzi”. Oggi possiamo affermare senza ombra di dubbio che è proprio questa mentalità pseudo competitiva che ha distrutto lo stato sociale sostituendolo pervicacemente all’Italia del malcostume e dei corrotti.

Come fanno alcune famiglie a mantenere un tenore di vita cosi alto?

Nei giorni scorsi ho avuto modo di analizzare una straordinaria inchiesta della giornalista Milena Gabanelli la quale si è soffermata sui costi universitari a carico della famiglie italiane e le differenze tra Nord e Sud.  La Gabanelli è entrata nel merito, sottolineando alcuni aspetti che richiedono una giusta attenzione: “Per chi ha la fortuna di vivere in famiglia in una città sede di ateneo, le spese sono quelle delle rette e dei testi: un massimo di 3.000 euro l’anno. Ma per i fuorisede, cioè la maggior parte degli iscritti, l’investimento è molto più alto. In città come Roma, Milano, o Bologna, una stanza singola costa in media 450 euro al mese. Poco meno al sud. A questo bisogna aggiungere le caparre, le bollette di acqua, luce e gas, la spesa al supermercato e i viaggi per rientrare a casa durante le feste. Almeno 9.000 euro l’anno secondo Federconsumatori. Vale a dire 27.000 per una Laurea Triennale, e fino 45.000 se si prosegue anche con il biennio Magistrale”. La stessa Gabanelli si chiede: “Come fanno le famiglie con reddito medio da 2.500 euro?”.

L’idea, negli anni, di avere un “figlio laureato” da queste nostre parti è stata pervasiva, le motivazioni sono molteplici: una sana voglia di affermarsi nella società, la consapevolezza che attraverso il raggiungimento di un titolo si possano aprire più prospettive di lavoro, e un pizzico di immatura cultura d’immagine (avere un figlio avvocato, medico, ingegnere, etc). Sin qui nulla quaestio, anche se in alcuni casi sarebbe stato opportuno avviarsi su forme di specializzazione settoriale come nel comparto dell’agricoltura o del turismo. Quel che invece merita una opportuna riflessione: ma come fanno alcune famiglie a mantenere certi costi? A questo vi è da aggiungere il tenore di vita (ville, auto di grosse cilindrate, viaggi, vacanze), cosa si cela sotto cotanto benessere? Eppure il prelievo fiscale in Italia è tra i più onerosi! Dubbi e incertezze che se attenzionati da un certo acume investigativo potrebbero trovare delle risposte esaustive.

L’ipocrisia e il falso moralismo

E allora, smettiamola con l’ipocrisia e il finto moralismo imperante, basato su una cultura di massa abituata a individuare qualche singolo “capro espiatorio” espressione di tutti i mali. Guardiamoci attorno tutti, se ne abbiamo il coraggio, facciamoci una analisi di coscienza, e solo dopo stabiliamo se siamo in grado o nelle condizioni di poter giudicare gli altri.

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