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Il giovane veggente di Crosia che oggi è diventato chef ad Amman: la storia di Vincenzo Fullone

Vincenzo è un ragazzo dal destino scritto: far parlare di se e della sua terra d’origine. La sua cucina calabrese in terra araba è finita sul New York Times

Vincenzo Fullone nel suo Jasmine House ad Amman in una foto pubblicata dal New York Times nell’edizione del 28 febbraio scorso

di Marco Lefosse

Sono trascorsi quasi 33 anni da quel 23 maggio del 1987 quando due ragazzini, Vincenzo Fullone e Anna Biasi, non ancora adolescenti, si ritrovarono, attratti da una voce e da una luce misteriosa, in una vecchia chiesa sconsacrata, adibita a stalla, alle porte del centro storico di Crosia. In quella chiesa, abbandonata e diroccata, in una nicchia era ancora conservato il simulacro della Pietà: una donna con il figlio morto posato sulle sue gambe. Ma dalla polvere e dalle ragnatele di quella statua, nel buio di quella struttura cadente, emergevano due occhi azzurri, intensi, che sgorgavano lacrime. Ad accorgersene per primo fu proprio Vincenzo che in quel pomeriggio di primavera si trovò in quella chiesa, quasi per gioco, ignavo di quanto sarebbe accaduto, di quanto quelle lacrime avrebbero cambiato il corso della sua vita e di quel paese arroccato alle pendici della Sila greca, di fronte allo Jonio.

Di lì a poco lo avrebbe raggiunto la piccola Anna, di Mirto, richiamata anche lei da una voce che le diceva di recarsi a Crosia. Da quel momento in poi per i due ragazzini iniziò un lungo cammino attraverso il mistero delle apparizioni, contornato da segni nel cielo, da estasi prolungate e toccanti, da momenti di misticismo. Il piccolo paesino di Crosia diventò per mesi il centro del mondo dove alla spicciolata iniziarono ad arrivare migliaia di fedeli e curiosi da ogni parte d’Italia e d’Europa per assistere al fenomeno di quei due ragazzini che vedevano la Madonna. Pian piano gli eventi di Crosia diventarono anche un fenomeno mediatico con televisioni piazzate quasi quotidianamente davanti alla statua della vergine con le lacrime. E andò avanti così per quasi 5 anni. Fino al 1992.

Il giovane veggente – Vincenzo Fullone ai tempi in cui vedeva la Madonna a Crosia. Era il 1987

Senza dubbio la figura più emblematica ed enigmatica fu quella di Vincenzo Fullone la cui personale storia mistica, negli anni, non solo incuriosì giornalisti arguti e illuminati come Enzo Biagi e Gianni Minoli che lo intervistarono e ne narrarono le sue vicende, ma nel 2015 diventò perfino un film (“Vincenzo da Crosia”) diretto dal regista Fabio Mollo e presentato al 33esimo Festival di Torino.

«Quella di Vincenzo – scriveva il regista Mollo – non è solo la storia di un veggente, delle sue estasi e dei suoi miracoli. È soprattutto la storia di un uomo a cui da bambino è stata tolta la possibilità di sognare e che, crescendo, ha lottato con tutto se stesso, attraverso il possibile e l’impossibile, per riconquistarla. Perché “l’unico vero peccato è l’assenza di amore”. E quell’amore è l’unico miracolo in cui credere». Parole, quelle del regista che aprono un mondo sul passato, sul percorso e sul presente di Vincenzo Fullone.

Oggi quel bambino che vedeva la madonna è diventato un uomo. E la sua vita sembra aver compiuto una metamorfosi totale: da veggente che era, ora vive la sua esistenza lontano migliaia di chilometri da quella chiesa diroccata che negli anni è diventata santuario. Vive ad Amman, nella capitale della Giordania, in uno dei cuori pulsanti dell’islamismo. La sua vita sociale non ruota più attorno alla fede. Il suo misticismo, oggi, è la cucina gourmet e le sue estasi si trovano nel gusto. Fa lo chef, proponendo i piatti tipici della tradizione traentina in terra araba.

Vincenzo è un ragazzo dal destino scritto: far parlare di se e della sua terra d’origine. Prima da veggente oggi da ristoratore calabrese all’estero la Calabria, la Valle del Trionto e Crosia sono un pallino fisso per Vincenzo Fullone. Ad Amman, dicevamo, ha messo su un locale (Jasmine House), nel cuore della città mediorientale, un ristorante che parla dei sapori della sua terra d’origine. Un concept di ristorazione così incisivo e vincente che non è sfuggito nemmeno al New York Times che nei giorni scorsi lo ha recensito, nel corpo di un articolo incentrato sulla figura della stilista giordana Nafsika Skourti, come tra i cinque locali d’ispirazione operanti nell’antica Philadelphia.

«Chiamata così – scrive la giornalista Sheila Marikar nel suo articolo Five Places to Visit in Amman with a Hometown Fashion Designer pubblicato sul NYT, parlando del Jasmine House di Vincenzo Fullone – per gli alberi sulla sua terrazza, questa villa degli anni ’50 è stata riproposta come ristorante italiano specializzato in cucina calabrese. «È un piccolo pezzo di Italia – dice la stilista Nafsika Skourti – nel cuore della vecchia Amman. Offrono un piccolo menu stagionale e utilizzano i migliori ingredienti locali».

Senza dubbio, quella di Vincenzo Fullone è una storia sui generis. Che non passa inosservata. «Questa – dice Francesco Russo, presidente del Consiglio comunale di Crosia – è una delle tantissime storie di partenze che riecheggiano nel nostro territorio, tra i più interessati dal fenomeno dell’emigrazione. E non sono poche quelle che raccontano di traguardi raggiunti e di successi. Ma il percorso personale di Vincenzo Fullone, al quale rivolgo gli auguri ed i complimenti della comunità di Crosia Mirto per quello che ha saputo costruire con i propri sacrifici in una terra lontana ma che ha radici simili alla nostra, è anche uno sprone a chi resta e a chi governa questa terra a fare di più e meglio».


 

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