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Fusione Corigliano-Rossano, evitare quanto già visto sul Tribunale

di LENIN MONTESANTO

ImmagineFusione Corigliano-Rossano, tra i rischi da evitare vi è anche quello che, a pesare negativamente sulla bontà o meno del processo oggettivamente avviato e diffusamente considerato un punto di non ritorno, possano essere gli stessi errori e forse anche gli stessi protagonisti che, di fatto, hanno portato, direttamente o indirettamente, alla chiusura definitiva del Tribunale rossanese. Intanto, mentre continua il pressing diretto ed indiretto degli epigoni di un movimento di associazioni, la cui effettiva rappresentanza democratica viene presentata indiscutibile ed infallibile per dogma, nelle piazze, nelle vie, nei bar e nei corridoi dei palazzi delle due città il confronto sulla fusione semplicemente non esiste. O perché non interessa. O perché non viene stimolato né introdotto da improbabili avanguardie di intellettuali organici (Gramsci) o di moderni opinion leader (e qui si ripropone la questione della misurabilità, al limite anche non formale, della rappresentanza democratica). O ancora più semplicemente perché alla fusione si è contrari: palesemente, timidamente o anche solo intimamente. E se, da una parte, nell’opinione pubblica delle due città e del territorio appare evidente che lo scarso peso politico ed istituzionale dell’area urbana (essa stessa avviatasi con colpevole ritardo e con grandi opportunità perse) e la sostanziale assenza delle due città nello scacchiere decisionale regionale sia stata e resti la conseguenza diretta di un’altrettanto sostanziale disunione delle rispettive classi dirigenti, dall’altra, non c’è giorno che non vi siano commentatori pro-fusione (soprattutto a Rossano) pronti a dichiarare ma non a dimostrare: 1) i presunti enormi benefici dal punto di vista amministrativo ed economico; 2) il presunto quasi automatico riconoscimento o ripristino di servizi obbligatori ed indispensabili, col pensiero fisso al Tribunale soppresso e poi alla sanità etc. Restiamo per un attimo al controverso capitolo Tribunale, sul quale ancora tante pagine dovranno essere scritte. Non è stato raro imbattersi, nel periodo clou della protesta e della mobilitazione locali, in ricostruzioni giornalistiche che senza peli sulla lingua attribuivano la soppressione del solo presidio giudiziario rossanese, a differenza di altri su altri versanti della stessa regione, ai presunti maggiori peso e capacità politici di taluni rappresentanti politici territoriali, piuttosto che altri. Detto diversamente e senza fare nomi, la differenza di risultato, in termini di modifica della geografia giudiziaria, tra Tirreno e Jonio cosentino sarebbe tutta da attribuire, diciamo così, a fattori umani. Non certo, quindi, alla presenza o meno di città fusesi e, quindi, più forti. E se è andata così, direbbe Hegel, non viene affatto dimostrato (oltre a tante tesi e chimere fatte passare per dogmi) che, due città politicamente deboli e disunite tra loro sulle scelte principali (basti registrare quanto accaduto con le ultime elezioni provinciali) possano diventare un’unica città più forte solo per via d’un atto d’impulso formale in vista di un esisto referendario tutt’altro che scontato. Basta dire che l’unione fa la forza? Di sicuro non funzionano le unioni forzate. È quanto è accaduto di recente in Francia. Con un caso testualmente definito di defusione (défusion). Siamo nella regione dell’Alta Normandia, Dipartimento della Senna Marittima. Il 1 gennaio 2012, in base alle nuove norme sui comuni introdotte da una legge del 2010 di riforma delle collettività territoriali, dalla fusione delle due singole municipalità, viene istituito il comune unico di Bois-Guillaume-Bihorel. La maggioranza dei cittadini dei due comuni (66% in uno e 59% nell’altro) nelle consultazioni locali vota No alla fusione. I diversi rappresentanti politici delle due comunità (Bihorel, 8.600 abitanti e Bois-Guillaume 13.300) vanno comunque avanti, sostenendo che il responso elettorale dei cittadini sia semplicemente consultivo e che l’astensione dal voto sia troppo importante. Il 18 giugno 2013, il Tribunale Amministrativo di Rouen annulla la fusione dei due comuni. E la motiva – attenzione – con la mancanza di informazione statale degli eletti, prima della scelta, su almeno due punti considerati cruciali: 1) il numero dei consiglieri eletti nel periodo di transizione e 2) l’aiuto finanziario destinato a compensare l’armonizzazione della fiscalità tra le due città. Compensazione (di un milione di euro per il primo anno) che non è mai arrivata da parte dello Stato. Dopo l’iniziale choc psicologico, derivante soprattutto dalla necessità di gestire quanto già avviato, la botta finale: nessun appello viene presentato contro la decisione giudiziaria. La defusione prende forma. E i due comuni ritornano separati ed autonomi, con effetti a partire dal 1 gennaio 2014. Con tutte le conseguenze sui due apparati burocratici, senza considerare 35 mila euro spesi per lo studio di fattibilità sulla fusione e 88 mila euro per l’agenzia chiamata ad organizzare il dibattito pubblico. Due concetti chiave: fattibilità e dibattito. Due passaggi cruciali sui quali sono stati investiti tempo e risorse anche economiche consistenti prima di procedere a quello che si è dimostrato comunque essere un matrimonio forzato. Seguito presto da un naturale divorzio. Questo in Francia. E da noi? Parliamone, quanto meno!

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