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Flavio Stasi: «Serve un piano di guerra per la sanità»

Il Primo cittadino di Corigliano Rossano e presidente della conferenza dei Sindaci giudica beffarde le restrizioni per la Calabria

In tanti abbiamo scritto, trasversalmente, per far ragionare il Governo rispetto all’inclusione della Calabria nell’elenco delle regioni della “zona rossa”. Le risposte, per chi le ha avute, sono state che i criteri sono stati definiti precedentemente e che sarebbe stato addirittura irresponsabile fare altrimenti: un punto di vista estremamente discutibile. Così come ho avuto modo di comunicare formalmente, infatti, la Calabria non è caratterizzata da luoghi di grande assembramento, non ha metropolitane affollate o gallerie commerciali prese d’assalto. L’economia dei nostri centri urbani, grandi e piccoli, si basa prevalentemente su piccolo e medio commercio, in cui è facile far rispettare le norme del distanziamento, ed è proprio quel piccolo e medio commercio che sarà fortemente penalizzato da questa misura seriamente irresponsabile, senza il respiro di una economia dinamica come quella di altre regioni.

Un errore politico grave, e se fondato su criteri numerici, questi evidentemente non sono adatti alla realtà calabrese ed è stato quindi un errore considerarli come esaustivi.

Non che ci sia da sottovalutare la situazione pandemica attuale. Sappiamo bene che il contagio circola anche in Calabria e nelle nostre città, e sappiamo bene come il sistema sanitario sia già in affanno: le immagini delle file notturne di ambulanze di fronte ai Pronto Soccorso nella notte lo rappresentano in pieno. E tuttavia è, probabilmente, proprio quello il punto.

La Calabria aveva ed ha bisogno di un piano di guerra, non sterminando ciò che resta del nostro commercio ma potenziando la capacità di resilienza delle nostre strutture sanitarie.

Ad oggi delle decine di posti di terapia intensiva e sub-intensiva previsti, oppure dei lavori per l’adeguamento degli spazi nei Pronto Soccorso e negli altri reparti d’emergenza non c’è neanche l’ombra. Nel pieno della tradizione italiana, rispolverata anche in fase pandemica, è già partito lo scarica barile: inaccettabile. Governo nazionale e regionale, insieme alle ASP, hanno sottovalutato ancora una volta il problema.

Da parte dei sindaci e della società civile sono state continue le sollecitazioni per accelerare le procedure divenute nuovamente pachidermiche subito dopo l’inizio della “fase 2”, come se non fosse accaduto nulla prima. Non solo non si sono realizzati i posti letto previsti nel piano d’emergenza, ma soprattutto non si è intervenuti sul vero cancro della sanità nostrana: l’assenza e la fuga del personale.

Alla nostra gente bisogna dire la verità: alcuni concorsi dalle nostre parti vanno deserti perché molti professionisti calabresi non vogliono lavorare nella sanità calabrese, perché spesso non ci sono le condizioni per lavorare serenamente e con la giusta gratificazione. Questa è una difficoltà oggettiva per il reclutamento di personale medico ed infermieristico, ma proprio per questo serviva e serve ancor più slancio per sbloccare ed avviare le procedure che, invece, giacciono nei cassetti dell’ASP impantanate nella collosa burocrazia della nostra sanità. Questa è la vera zona rossa calabrese.

Serve un piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato di personale medico e paramedico, non solo per allestire i poli covid, ma anche per rendere efficienti le organizzazioni degli altri reparti e per implementare un servizio territoriale in grandissima difficoltà e che potrebbe risultare determinante nella gestione della pandemia. Ad oggi le varie unità operative e i dipartimenti territoriali sono, di fatto, nelle identiche condizioni del marzo scorso, se non peggio, e buona parte dei presidi ospedalieri non hanno il personale necessario per allestire le tende del pre-triage. Inaccettabile. Questa è la nostra zona rossa. In un posto normale dovrebbe essere più semplice assumere infermieri che dichiarare il coprifuoco,e dobbiamo rivendicare che sia cosi.

Probabilmente per allestire tutte le postazioni di terapia intensiva previste è colpevolmente tardi, ma non lo è per fornire ai Pronto Soccorso il personale e realizzare i lavori per poter proteggere le strutture sanitarie; per fornire alle USCA ed ai dipartimenti prevenzione le risorse e le attrezzature necessarie per tracciare, monitorare e curare il virus a domicilio, alleggerendo le strutture ospedaliere; per allestire e rendere efficienti tutte le postazioni di terapia sub-intensiva o pneumologia previste nei piani d’emergenza; per prevedere, in caso di aumento dei contagi, l’allestimento di uno o più poli covid presso uno dei tanti (purtroppo) plessi sanitari inutilizzati sparsi nella regione, preferibilmente senza fare ricorso ai privati se non strettamente necessario: questa dovrebbe essere la guerra che i Governi dovrebbero muovere immediatamente in Calabria. Tutto questo aumenterebbe il potenziale di prevenzione e cura del nostro sistema sanitario, salverebbe vite, renderebbe più solida e resiliente anche la nostra società e la nostra economia.

Per tutto ciò che non è stato fatto, ci sono responsabilità palesi e profonde: ci sarà il tempo per individuarle e dibatterne. Credo però che sia prioritario fare ora tutto ciò che si può ancora fare, slegando il diritto alla salute dei calabresi dalle farraginosità delle burocrazie sanitarie ed attraverso un piano straordinario d’emergenza gestito in sinergia coi territori, un piano di guerra, un piano da zona rossa. La vera zona rossa della Calabria è la sanità. Il piccolo e medio commercio lasciamo che sopravviva al virus, adeguandosi (come ha fatto) alle normative di sicurezza già note. Siamo ancora in tempo anche per questo.


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