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Festa di San Nilo e San Bartolomeo: l’Omelia dell’Arcivescovo Satriano

La città di Corigliano Rossano rende omaggio a due dei suoi santi patroni. Di seguito l’omelia di Monsignor Giuseppe Satriano

Nella XXVI domenica del tempo ordinario ci ritroviamo come Chiesa diocesana, in quest’area urbana di Rossano, a festeggiare San Nilo, Patrono, e il suo discepolo Bartolomeo compatrono della Calabria e figlio diletto di questo nostro territorio Jonico, definito dal papa Pio XII: “luminare della Chiesa ed ornamento della Sede Apostolica”.

San Nilo e San Bartolomeo, insieme a San Francesco di Paola, rappresentano i punti focali intorno ai quali è cresciuta la fede, in questa nostra città di Corigliano-Rossano. Tre giganti, vissuti in epoche diverse, ma tutti fortemente accomunati da un grande amore per la Vergine Santa di cui erano figli devoti. Oggi, ancora una volta, ci ritroviamo intorno ai due rossanesi per implorare il dono di una rinnovata vita cristiana che sappia aprirsi con fiducia all’incontro con il mistero di Dio e la vita dei fratelli.

Sappiamo bene che il vigore e l’ardore spirituale, di questi due fratelli maggiori, che oggi festeggiamo, è stato tratto dalla preghiera e da quella parola che ha sempre segnato il loro cuore e il loro andare dietro a Cristo. Questa sera, anche noi come loro desideriamo trarre nuova linfa dalla Parola ascoltata.

Che ve ne pare?

Che ve ne pare? Esordisce Gesù incontrando i sacerdoti e gli anziani del popolo. Tutti gli ascoltatori, e noi tra loro, vengono interpellati a dare un parere su un episodio, una parabola evidentemente, i cui protagonisti sono i due figli e la vigna del padre.

Come allora, anche noi oggi, siamo interpellati a dare un parere, ad aprire le nostre certezze, l’involucro del nostro formalismo obbediente, e talvolta finto, ad un orizzonte più ampio su cui Dio desidera che noi camminiamo. L’invito è posto con amabilità e libertà, poiché è in gioco la nostra relazione con Dio padre e con la  “sua vigna”.

La domanda “Che ve ne pare?” è un significativo invito ad analizzare la nostra relazione con Dio e la sua volontà di bene nei confronti della vigna.

L’atteggiamento dei figli mette in luce un cuore agitato tra due sponde, quella del sì e quella del no; due cuori non in armonia con se stessi. La voce amabile del padre: “Và oggi a lavorare nella vigna” è opportunità, occasione propizia per tutti a mettersi in gioco. Ed è qui la fatica!

Che ve ne pare?

Il racconto ci pone dinanzi chi riesce, accogliendo l’invito del padre, a vivere una vera conversione, sapendo cambiare il proprio orizzonte di riferimento, e chi, radicato nel suo formalismo ipocrita, si adagia in benessere di vita raggiunto, denunciando altresì la propria indifferenza e il vuoto interiore che lo abita.

Le dichiarazioni esteriori e lo stato sociale ufficiale, ci ricorda il vangelo, non ottengono di per sé la salvezza.

Il brano evangelico odierno risuona per tutta la Chiesa come un invito a infrangere i luoghi comuni del giudicare gli uomini.

La misura del valore, autentico e nascosto, di ogni persona è in ultima istanza nelle mani di Dio, che vede il cuore di ciascuno.

Il cuore di ciascuno è il vero crocevia dove “il saper ascoltare” e il “saper fare la volontà del Padre” possono trovare quella sintesi salvifica che proietta la vita nella sua autenticità, nella sua beatitudine.

Nilo e Bartolomeo, come tutti i santi del resto, diventano esempi luminosi di tutto questo. La loro grandezza non sta nelle opere realizzate ma in quella capacità di accoglienza del mistero di Dio nella propria vita.

Mi ha fatto riflettere quello che uno scrittore messicano ha affermato tempo fa e che sento molto attuale per tanti ambiti della nostra vita: “Quando una società si corrompe e si sfascia, il primo a inquinarsi è il linguaggio, lo stile delle relazioni”. Tutto questo è sotto i nostri occhi. Le parole diventano ambigue, le promesse fatue. Famiglia, Chiesa, società civile registrano questa poca “unità interiore”, un virus pandemico che intacca l’esistenza di molti rendendoci incoerenti, incapaci di reagire all’ipocrisia del vivere, ammalati di doppiezza e di vuoto. Tutti cerchiamo una vita migliore ma a partire da noi stessi, da quello che ci piace e desideriamo.

Che ve ne pare?

Ecco, la domanda viene ribaltata nel nostro oggi e l’esempio dei Santi ci incoraggia a non demordere, a saper scegliere la via più ardua ma anche quella dove, spogli di noi stessi, possiamo trovare la libertà di convertire la vita a ciò che ha valore e senso.

Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute, come ci ricorda il Vangelo, e anche in noi, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire sì. Dio crede in noi, sempre. Questo c’incoraggia a dare inizio ad un percorso di conversione, aprendo il cuore a Dio, che è amore e libertà e non imposizione, dovere.

San Nilo e Bartolomeo ci aiutino a realizzare questo impegno a volgere il nostro cuore a Dio.

Oggi, come non mai, la sfida è decisiva e tocca la nostra esistenza.

Il malessere ci assedia e non possiamo mettere la testa sotto la sabbia o far finta di non vedere, a noi la responsabilità di dare un nuovo inizio con coraggio e coerenza di vita. Quanto accade in questi giorni a livello locale ci interpella.

Le auto continuano a bruciare nell’indifferenza di tanti, segno di una criminalità che non teme di sfidare la nostra vita rassegnata. Dobbiamo reagire e opporci ad una cultura della sfiducia nella quale rischiamo di cadere, sapendoci mettere insieme e tessendo reti di solidarietà, riscattando con dignità il nostro diritto al futuro.

Festeggiare i santi patroni è riscattare la nostra dignità di figli di Dio, di uomini e di donne. Quanti pensano di convincerci che dobbiamo piegare il capo, indebolendo il nostro desiderio di giustizia, devono poterci trovare attenti e vigilanti, non disposti al compromesso ma tessitori di reti di solidarietà e di legalità.

Auguri e buona vita a tutti

+ Giuseppe Satriano

Arcivescovo


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