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Economia, Calabria sempre più povera

ECONOMIAScarsa qualità del capitale umano che la fuga di cervelli amplifica, difficile accessibilità territoriale – solo marginalmente ritoccata con interventi infrastrutturali di collegamento –, elevata incidenza dell’illegalità diffusa. Ma soprattutto il peso di una burocrazia asfissiante che, per chi decide di investire sul territorio, in Calabria raggiunge punte di record assoluto. I mali del Mezzogiorno e della Calabria in particolare sono sempre racchiusi in questi fattori che negli anni non si sono affievoliti. Anzi. Un cappio al collo che si stringe sempre più sulle possibilità di riscatto della regione e sulla sua capacità di riprendere terreno rispetto al resto del Paese.

Con l’esito sempre più evidente di vedere incrementare il divario tra un’Italia che esce – seppur a fatica – dalla crisi e un’altra che non vede ancora la luce in fondo al tunnel in cui la nostra regione recita la parte di attore principale. Il report sulle economie territoriali – licenziato da Confcommercio e presentato nell’assemblea nazionale tenutasi a Como – non fa che certificare questa drammatica situazione. Con la Calabria che registra indici negativi sui principali parametri economici con cui si testa lo stato di salute di un territorio. Così il rapporto di Confcommercio registra dati negativi per la nostra regione anche in prospettiva futura.

ECONOMIA, CAPITALE UMANO IN FUGA

A partire dal numero dei residenti. Su questo terreno non solo non diminuisce il dato dell’emigrazione ma negli anni il fenomeno registra una costante crescita che nel futuro non sembra destinata a fermarsi. Tra il 2001 e il 2007 la regione ha perso 53mila abitanti – soltanto appena compensati da 8mila negli anni 2008-2014 – a cui si aggiunge una nuova emorragia di residenti nell’ultimo biennio pari a 11mila calabresi in meno di cui settemila solo nell’ultimo anno. Una flessione, appunto che stando ai dati elaborati dall’ufficio studi di Confcommercio, dovrebbe continuare anche negli anni a venire.

Ad esempio al termine del biennio prossimo (2018-2019), all’anagrafe regionale verranno meno ulteriori 11mila unità. Segnale immediato dello scoramento diffuso nella popolazione calabrese di trovare futuro nella regione che per questo sceglie la strada dell’emigrazione verso aree del Paese più ricche. In primis la Lombardia che registra una crescita da capogiro della popolazione negli stessi anni: 444mila in più tra il 2001 e il 2017 a cui si sommano i 556mila nei sette anni successivi e i 26mila del biennio 2015-2017 (16mila nel solo ultimo anno). Un capitale umano in fuga che incide sul livello anche dei consumi e che a catena influisce negativamente sulla produttività locale.

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE RECORD E SCARSA QUALITÀ DEL CAPITALE UMANO

La grande fuga dalla Calabria è determinata dall’incapacità soprattutto dei giovani di trovare lavoro nella regione. I dati che derivano dal report non fanno che confermare questa tesi, visto che la Calabria detiene stabilmente la prima posizione tra le regioni con il più alto tasso di disoccupazione giovanile con incrementi esponenziali. Se nel 2007 l’indice di giovani tra 15 e 24 anni che non trovavano lavoro era pari al 31,2%, nel 2016 (ultimo dato Istat disponibile) c’è stata una vera e propria impennata: 58,7 per cento di giovani senza lavoro. È il valore più alto registrato in Italia, con un incremento considerevole rispetto alla media del Paese. Indicatore di come la fase della crisi abbia pesantemente colpito la regione. Da qui la decisione di molti giovani di prendere la valigia e trasferirsi in altre aree della Penisola e non solo.

E i dati tendenziali sull’anno appena trascorso non indicano alcuno scossone rispetto a quelli fotografati nel 2016. Visto che il tasso di disoccupazione giovanile del 2017 nel dato aggregato per il Mezzogiorno è pari al 51,6 per cento; (praticamente invariato rispetto all’anno precedente che aveva registrato il 51,7%). Un dato negativo che si somma alla scarsa qualità del capitale umano. I dati riportati nel rapporto di Confcommercio dimostrano come la Calabria negli ultimi anni registri il più basso tasso di qualità della preparazione degli occupati rispetto al resto del Paese. Nell’elaborazione dell’Ufficio studi di Confcommercio su dati Istat e Invalsi emerge infatti che gli occupati calabresi presentano il più basso livello di istruzione medio in confronto ad altre aree dell’Italia. Ad esempio un occupato calabrese ha avuto un numero di anni di istruzione medio pari a 11,2 rispetto a 12,6 della media italiana e di 11,9 di quella del Mezzogiorno.

MALAMMINISTRAZIONE, DIVARI DI LEGALITÀ E DI ACCESSIBILITÀ TERRITORIALE

Un indice, quello del basso livello di preparazione degli occupati, che si riflette anche sulla qualità dei servizi offerti soprattutto se erogati dalla Pubblica amministrazione. Da qui anche la scarsa capacità della burocrazia a rispondere alle esigenze del territorio. I dati raccolti da Confcommercio, in questo senso, sono eloquenti. La Calabria detiene negli anni il record del maggior carico burocratico rispetto alla media nazionale. Nel 2016 questo indice in regione registrava un valore pari a 83,4 rispetto alla media nazionale di 46,9 e a una distanza siderale dal 25,6 del Nord-est. E il peso dell’inefficienza amministrativa si è scaricato tutto sui servizi offerti alla popolazione ma soprattutto agli imprenditori interessati a investire sul territorio generando ricchezza e occupazione. Un macigno che fa il paio con l’altro dato record negativo: il livello di illegalità diffuso.

Stando ai dati del report questo indice nel 2016 in Calabria era pari al 29,9. Il dato più alto della classifica nazionale; dove in media il parametro è a quota 24,8 con un’area del Paese – il Nord-est – con indice fermo al 22. E stando alle proiezioni del futuro questa situazione non dovrebbe neppure in questo caso mutare. Con la Calabria a detenere il podio di regione con la più diffusa illegalità presente sul territorio. A tracciare un futuro certamente non roseo per la Calabria contribuisce anche i dati sulla capacità della regione di essere facilmente raggiunta dall’esterno. In questo caso, se può consolare, la regione si colloca terz’ultima dietro la Basilicata e la Sardegna. Molto lontana però dalla media nazionale e anche del sud Italia.

CONSUMI E VALORE AGGIUNTO IN CADUTA LIBERA

Con fattori così negativi per la Calabria gli effetti sull’economia reale non potevano che essere altrettanto nefasti. Così la regione registra il più basso valore aggiunto pro capite nazionale fermo a 15mila e 500 euro del 2017. Decisamente distante rispetto alla media nazionale di 25mila e quattrocento euro e soprattutto del Nord dove si viaggia su valori superiori a 30mila euro per abitante. Una divergenza che non dovrebbe affatto attenuarsi nel futuro. Stando alle previsione dell’Ufficio studi di Confcommercio infatti nel 2019 questo dato resterebbe pressoché inalterato – 15mila e 900 euro pro capite – collocando nuovamente la Calabria all’ultimo gradino per ricchezza prodotta. E gli effetti legati alle enormi zavorre che affliggono l’economia calabrese si riflettono, oltre che sull’occupazione, anche sui consumi.

Secondo gli analisti, la regione nel 2017 è tra le ultime in Italia per consumi: appena 13mila e 500 euro pro capite. In Italia la media per lo scorso anno è stata di 17mila e 500 euro per abitante. Anche in questo caso le previsioni per il futuro non dovrebbero divergere sostanzialmente rispetto alla situazione odierna con la nostra regione nel 2019 tra le ultime per capacità di spesa e dunque di creare redditività e conseguentemente sviluppo e e occupazione.

Fonte: Corriere della Calabria

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