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Disuguaglianze sociali, le responsabilità della scuola

di ALFONSO CARAVETTA

foto-bimbiCom’è difficile scrivere della scuola! Della funzione sociale e culturale alla quale, essa, quotidianamente assolve. Della libertà che, lungo il tempo dello studio, muove in coscienza e conoscenza. Del dono che sostanzia quel nutrimento invisibile che, sin dall’antichità, trova luogo negli animi più sensibili.
Com’è difficile spiegare che l’origine del temine greco skholé etimologicamente rimanda all’ozio, al trascorrere piacevolmente il tempo libero. Un luogo d’élite, quindi, che solo nel XX secolo apre i suoi spazi alle masse divenendo emblema di civiltà e di libertà a cui ogni nazione moderna, oggi, dovrebbe far riferimento per garantire lo sviluppo corretto della persona umana nella sua idealità. Com’è problematico, oggi, parlare della scuola, soprattutto di quella che non funziona e che, malgrado tutto, resta l’unico e l’ultimo baluardo contro le barbarie di questi tempi, ove sempre più guerre mosse da disuguaglianze economiche e sociali, travolgono popolazioni di civili che, minacciati, scappano, quali profughi e diseredati, verso quei paesi, posti a nord-ovest, che dovrebbero offrire loro riparo. Milioni di persone con a seguito migliaia di bambini e di ragazzi in età scolare chiedono ad un’Europa “lontana” che venga loro dato asilo e un po’ di pace dove vivere dignitosamente ed in libertà.
Nel vederli giungere stremati alle frontiere o sulle nostre coste dovremmo forse soffermarci un attimo in più su quel che abbiamo da offrire ai nostri figli e su quanto chiedono questi figli di siriani, di libici, di iracheni e di uomini e donne che rischiano con un testa o croce la loro vita per raggiungere la sponda opposta del Mediterraneo o, dopo migliaia di chilometri a piedi, quei muri di filo spinato che i paesi ad est hanno inteso frapporre fra loro e quel po’ di pace. Una pace che disturba le potenti lobby che finanziano un’economia perversa che ha spinto i paesi occidentali ad una competitività sempre più aggressiva e non certo per rendere il nostro un mondo migliore.
Un mondo in cui sia data a tutti un’opportunità di vivere dignitosamente. Dunque è chiaro, siamo noi, l’occidente, l’esempio sbagliato per quel mondo che dovrebbe fondarsi sui valori d’integrazione e di emancipazione sociale al fine di un reale affrancamento dalla povertà. Lo dicono i dati sulla mobilità sociale nel mondo e soprattutto quelli riferiti all’Italia dove si è riusciti a bloccare quell’ascensore, la scuola, che permetteva di combinare altre possibilità sociali, più eque.
Si è così determinata- con scelte politiche errate- una società sempre più rigida dove il figlio del medico è divenuto medico o sarà medico, dell’avvocato avvocato e dell’ingegnere ingegnere.
Corigliano ne è un chiaro esempio. La Scuola della nostra Repubblica che dovrebbe garantire ai meritevoli ma privi di risorse il raggiungimento dei livelli più alti d’istruzione, difatti, garantisce che nelle classi dei figli di “illustri” professionisti non vi sia il figlio del disgraziato, molte volte straniero, che a sua volta non potrà che crescere occupando l’ultimo posto della scala sociale. Così accade ed accadrà che le disuguaglianze economiche e sociali sempre di più si acuiranno ed i poveri saranno sempre di più e ancora più poveri, la classe media scomparirà, mentre percentuali minime di popolazione possiederanno sempre più ricchezza.  Questo oggi si registra, soprattutto, nel mondo. La scuola, dunque, ritornerà ad essere degli oziosi e luogo d’élite? Non credo affatto! La diseguaglianza sociale non mette nessuno al riparo! Prova ne sono: i disordini continui nei paesi medio-orientali che attraverso scuole coraniche preparano i giovani alla jihad; gli scafisti libici che trasportano carne umana a peso d’oro; il pusher figlio del pusher che spaccia cocaina al professionista figlio del professionista; i vari interessi criminali che ruotano intorno all’accoglienza di questi profughi, o disperati che dir si voglia, che vedono il mafioso “a braccetto” con la classe politica.

Ecco perché la scuola deve essere quel luogo franco di accoglienza e di pace, quella palestra dove il bambino possa e sappia riconoscere suo “fratello” non attraverso lo stato anagrafico, o uno status sociale, ma in quel sorriso che è proprio dei bambini. La scuola, dunque, non può essere, come a Corigliano, luogo di interessi privati come gli affitti di alcuni istituti che divengono rendite sicure  per  “illustri” benestanti, tantomeno la scuola  può essere crocevia di  clientele  o di ricatto politico- sociale. La scuola è luogo aperto a tutti ed è obbligo dei cittadini- si, proprio dei cittadini! – rimuovere quegli ostacoli economici, sociali e politici che si frappongono tra il bambino ed il suo divenire uomo. Siamo, dunque, tutti chiamati in causa quali portatori di valori, garanti di diritti inalienabili, promotori di una cultura aperta verso i più deboli per una futura e più sana collettività. Questo ho appreso lungo il mio percorso scolastico e di studi. Tanto ho sentito di comunicare oggi.

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