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Delitto Manzi, chi ha premuto quel grilletto…

L’EDITORIALE DI MATTEO LAURIA

Un’immagine di repertorio delle case popolari di viale Sant’Angelo

Uccidere un padre a colpi di fucile rappresenta il segnale di un disagio più profondo, che va al di là di una lite per futili motivi o di un eccesso protettivo interno alla famiglia. Il “caso Manzi” ci ripropone con tutta la sua crudeltà lo spaccato della società che siamo riusciti a costruire nell’era del capitalismo. Appena dopo consumata la tragedia, un po’ tutti ci siamo cimentati in analisi sociologiche, soffermandoci sulla relazione causa/effetto, sui tanti perché e su come sia possibile il verificarsi di atti di siffatta portata. Domande su domande, alcune trovano risposte quasi scontate, altre facciamo finta di non vederle perché forse siamo tutti noi chiamati in causa in termini di responsabilità. Che si distingue in soggettiva e oggettiva. Mi vorrei soffermare in questo editoriale sul secondo punto. Qui emerge inevitabilmente una forma di emarginazione sociale e di ghettizzazione, dettata non tanto dal fatto che siamo abituati a isolare chi delinque, ma la discriminazione di fondo trae origine – a mio parere- dalla povertà. Oggi quel che conta è il denaro, ancor di più in ambienti piccoli e per certi versi dalla mentalità provinciale come Rossano. In passato la città era marcatamente gerarchizzata, dove contavano poche famiglie appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia, piccole cerchie all’interno delle quali era difficile entrare. Il tempo, lo sviluppo, l’innovazione sono serviti leggermente a lenire tale “distacco” ma in sostanza la “discriminazione” rimane. C’è chi poi si avventura nelle scalate sociali, vedendo tali modelli come fasce a cui ambire, rifacendosi a un antico adagio dialettale “accucchiat curi i megghi  tui e falla a spis” ( inteso come atteggiamento servile nei confronti delle persone che si ritengono superiori in una comunità). Ma questo è altro argomento su cui pure tornerò facendo riferimento ai veri valori della vita.

 LA NOSTRA INCAPACITA’ DI CREARE UN MODELLO DI SOCIETA’ INCLUSIVO

 A questo punto viene da chiedersi: chi ha premuto quel grilletto? Alessandro o noi tutti incapaci di creare un modello di società inclusivo? Come al solito siamo abituati a punire gli effetti e non le cause, forse perché conviene a noi tutti. In questo ci vedo un pizzico di viltà che non tocca solo le istituzioni, su questi temi abituate a volgere lo sguardo altrove, ma la comunità nella sua interezza. Posto così, può sembrare un ragionamento astratto, teorico, lontano dalla realtà, ma se ci soffermiamo sulle cose che si potrebbero fare a partire dal prossimo futuro, probabilmente muterebbero i rapporti sociali tra ceti. Avremo quindi, con le dovute differenziazioni che rappresentano una ricchezza, una società costruita su basi culturali orizzontali. Basta d’altronde relazionarsi con i tanti calabresi emigrati al Nord, specificatamente a Bologna, per farsi raccontare quel modello di ospitalità e di integrazione umana tra persone (anche alcune fasce sociali di Bologna tendono ad essere selettive ma in misura ridotta).

 FAMIGLIA E SCUOLA, BASI DI PARTENZA

 Cosa fare? E’ importante partire dalla famiglia e dalla scuola. Spesso ai genitori manca quella cultura umanistica necessaria a supplire materialismo e immagine. E’ proprio così: nella società di oggi è prevalente l’apparire, più che l’essere. Sostanza e forma devono, invece, camminare di pari passo. Quanti genitori chiedono ai dirigenti scolastici la suddivisione di classi per tipologia sociale!  Da un lato solo i figli di quella che si ritiene l’alta società, dall’altro gli “invisibili”. Fenomeno diffuso con cui non solo conviviamo, ma avalliamo di volta in volta incuranti degli effetti drammatici irreversibili. Non è retorica, ma realtà concreta, che non può essere condivisa né dallo Stato, né dalle istituzioni locali o ecclesiali.

 Ad aggravare l’accentuazione per classi sociali la ripartizione urbanistica del territorio, disegnato col compasso quasi a creare aree di isolamento sociale. Qualcosa di positivo si è fatto nel tempo in alcune singole zone (vedi Matassa) ma non basta, occorre fare di più e meglio. A tal riguardo basta chiedersi: qual è il livello di integrazione tra le case popolari di viale Sant’Angelo (luogo dove è avvenuto il delitto) e il resto della città? E’ pressoché nullo! I residenti diventano visibili solo quando piazzano i cassonetti dell’immondizia per strada come segnale di protesta per mancanza d’acqua, poi tutto torna come sempre, nell’isola dei meno abbienti, di chi ha la sola colpa di essere nato nella povertà, dove spesso trovi tanta umanità e saggezza di vita vissuta, al di là di casi singoli, frutto di disperazione.

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