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Corigliano-Rossano, quell’assurda polemica sul Santo Patrono: tra i “si dice” e la realtà

Un “petardo” fatto scoppiare tra la gente per alimentare il sentimento antifusionista. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi 

Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. E che santi! Da una parte Francesco da Paola, il taumaturgo calabrese co-patrono d’Europa; dall’altro Nilo da Rossano, l’asceta, il padre che tentò la riunificazione tra le chiese d’oriente e d’occidente e che ancora oggi viene venerato da cattolici e ortodossi. Entrambi, rispettivamente patrono di Corigliano e patrono di Rossano: sono finiti al centro di una polemica che definirla assurda è poca cosa: chi dei due deve contendersi lo “scettro” del patrono della grande città?

Assurda (la polemica) ma anche un po’ grottesca, al limite dell’onirico sarcasmo: ve li immaginate San Francesco e San Nilo mentre discutono nell’alto dei cieli, al cospetto dell’Altissimo, di questa ultima trovata (antifusionista)?! E ci vuole davvero tantissima fantasia ma anche altrettanto coraggio a fare speculazione su un campo in cui si gioca facile e dove si rischia di giocare anche sporco. Perché si fa leva sui sentimenti, sulla passione e sul senso di appartenenza dei popoli.

Quello stesso senso di appartenenza che la legge sulla fusione non ha assolutamente mutato. Qual è la polemica? Quella innescata, appena qualche giorno fa, da un gruppo di cittadini preoccupati dal fatto che il popolo coriglianese, dopo aver “perso” l’ex archivio comunale (trasferito in uno stabile di Rossano), ora possa perdere anche la titolarità del santo Patrono Francesco da Paola.

Una notizia che è stata buttata tra la gente come un petardo. Cioè, solo alla scopo di incutere paura, senza alcun fondato motivo, e di rendere indigesta la fusione. Il tempo per farlo era quello giusto. Non c’è che dire. In un momento di crisi e paura, di emergenza sanitaria e sociale, e nel frangente in cui l’Amministrazione comunale sta adoperando delle scelte logistiche (che sicuramente sono discutibili) per il riassetto della struttura comunale. Insomma la tempesta perfetta del malessere cittadino (il più alto di sempre da quando si è insediato il sindaco Stasi) nella quale viene innescato il tuono più forte: la polemica sui santi patroni.

Qual è la verità? Al momento non c’è nessun decreto arcivescovile tantomeno sindacale che ad certifichi una siffatta cosa o, quantomeno, che possa incutere paura o dubbi sul futuro. Nulla di nulla. Ribadiamo, c’è solo una buona polemica volta a rendere fragile l’idea sociale della fusione. Così come le chiavi della città sono state consegnate simbolicamente a San Nilo da Rossano lo scorso 26 settembre, stesso è stato fatto con San Francesco di Paola il 25 aprile (anche se in una cerimonia ridotta per via della pandemia).

Ad oggi è così e – ribadiamo – non c’è nulla che faccia pensare che domani possa essere diverso. Certo è un’anomalia che una città possa avere due santi patroni, anche dal punto di vista legislativo, ma vuol dire che per il caso Corigliano-Rossano si farà una deroga alle regole. Tantomeno si può pensare che la parola spifferata da un singolo possa diventare regola. È vero, il mondo dei social ha sovvertito un po’ tutte le regole sull’attendibilità delle notizie ma ad ogni cosa c’è un limite.

Piuttosto, il problema è di coerenza e di fede. Perché, a prescindere dalle etichette, nessuno mai potrà togliere ad un popolo la sua devozione. Un santo patrono è tale non perché lo stabiliscono regole e leggi (anche per questo) ma principalmente per l’animo ed il trasporto che spinge una comunità di credenti, nella propria intimità, a rivolgere preghiere al suo protettore. È li che si consuma il vero mistero della venerazione popolare. Tutti attorno alla figura di un santo con passione e trasporto, al di là di ogni steccato mentale e polemico.

Marco Lefosse


 

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