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Commentare sui social può costare molto caro: condanne per diffamazione, il precedente del caso Dima

di LUCA LATELLA

giovanni-dima2Attenzione a ciò che scriviamo sui social perché potrebbe costare molto caro. In tempi in cui Facebook la fa da padrona nell’universo della comunicazione o, più semplicemente, quando vogliamo annunciare al mondo pensieri, fotografie, sfoggiare l’ultimo acquisto oppure un nuovo amore, dando sfogo alla nostra narcisa natura, dovremmo fare attenzione al risvolto della medaglia. Dagli sfoghi da tastiera, attraversandone tutte le sfumature, sino a giungere al limite invalicabile delle accuse, della diffamazione e della calunnia. Perché è come se quella nostra opinione la scrivessimo sulle colonne di un giornale.
Non mancano gli esempi di condanna per calunnia e diffamazione a mezzo Facebook, con pene direttamente proporzionate al numero di amicizie condivise. È quanto accaduto di recente fra l’ex parlamentare Giovanni Dima – difeso dagli avvocati Giovanni e Aldo Zagarese – ed L. C., condannato dal Tribunale di Castrovillari per diffamazione aggravata, a pagare un’ammenda di duemila euro, le spese processuali, a restituire alla parte civile le spese sostenute ed al risarcimento del danno, oltreché vedersi negate le attenuanti generiche.
Insomma, costa veramente molto caro spargere veleno, come sempre più spesso accade in ogni post, su ogni commento del quale non condividiamo la filosofia di pensiero.
Cosa paga L.C.? All’allora deputato del Pdl venivano attribuiti senza alcuna prova – questa parte della sentenza – né alcun fondamento, beni acquistati per svariati milioni di euro nella provincia di Pisa e nella zona del Mugello. Beni dei quali, sempre secondo l’autore del post giudicato diffamatorio, lo stesso Dima avrebbe dovuto dare spiegazioni alla Guardia di Finanza. Il post di L.C., aveva a sua volta generato ulteriori commenti a catena coinvolgendo diverse migliaia di utenti sulla rete. E la vicenda aveva avuto grande eco mediatica e nell’opinione pubblica territoriale. Il codice penale, e più precisamente l’articolo 595, stabilisce che il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l’offesa sia recata attraverso la stampa, così come attraverso qualsiasi altro mezzo che possa permettere una vasta distribuzione del messaggio. Il grande numero di amicizie condivise da Giovanni Dima, e dunque, la grande ridondanza del post accusatorio, in sostanza hanno ingrossato la pena.
Il “caso Dima” (insieme ad altri in Italia) diventa inevitabilmente un precedente interessante. Perché commentare, con apprezzamenti o disprezzo, soprattutto quando si parla di politica è ben diverso dall’attribuire falsità, offendendo, alludendo, insinuando e, come nella vicenda subita da Dima, aizzandogli contro il popolo della rete. E perché – e quest’ultima sentenza potrebbe far scuola d’ora in avanti – si arriva non difficilmente ad appurare il danno causato all’offeso ed al diffamato. Cosicché il prezzo da pagare può diventare davvero alto.
Insomma, ci si sfoghi pure attraverso un monitor e una tastiera, ma senza travalicare i limiti, non tanto del buon senso, quanto quelli della tutela della dignità delle persone.
Una mannaia in più sulle dita di chi, dall’altra parte dello schermo, è spesso convinto di poter dire di tutto e di più impunemente.

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