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Codex Rossanensis, massima espressione di arte bizantina

codexRossanese nel nome, purpureo il colore, codice per la notevole importanza dei contenuti. Ecco uno dei libri più importanti e belli del mondo, inestimabile bene per l’intera umanità: è il Codex Purpureus Rossanensis, ritrovato da studiosi tedeschi negli archivi polverosi della Cattedrale Rossanese nella metà del 1800, per l’eco che già risuonava negli ambienti di filologi e storici italiani. La storia ci ha donato molte volte degli oggetti delicati e preziosi come pergamene o libri, che illustrassero e custodissero scritti ed immagini come testimonianza di un evento o semplicemente come registro di entrate ed uscite di botteghe di artigiani (pergamene e rotoli egizi o romani).
Raramente però, ci si trova davanti ad un Codice che è allo stesso tempo Evangeliario, esempio di scrittura onciale in lettere d’oro e argento e per ultimo, modello per l’arte bizantina. Esempi di codici purpurei custoditi nelle teche di vari musei del mondo ce ne sono: “La Genesi di Vienna”, “Il Salterio di Zurigo”, “Il Vangelo di Patmos” ed “Il Sinopense” il più simile al rossanese. Dunque, si tratta di testi sacri (Bibbie, stralci di Parabole di Gesù in vita, spartiti ed omeliari), trascritti da monaci amanuensi calligrafi che facevano dell’arte della scrittura una professione ed una missione, nei secoli V e VI quelli di scuola Bizantina, la cui eco poi risuonò fino alla metà del 1300.
Il Codex Rossanensis, secondo vari studi, risale al VI secolo e proviene dall’Asia Minore con molta probabilità dalla Siria, così come “Il Sinopense”, smentendone categoricamente la produzione da parte dei monaci basiliani Rossanesi, che iniziarono, invece, la loro opera di trascrittura con la scuola calligrafica di S. Nilo, molto più tardi (IX-X secolo).
Quindi appurato che non è stato scritto a Rossano, sarebbe arrivato qui probabilmente portato come cimelio sacro dai monaci in fuga dall’Oriente, o da mercanti e trafficanti marittimi siriani, egiziani o costantinopolitani, o trasportato a Rossano dalla regina Bizantina Teofania. Fatto sta che un’opera così importante doveva trovare il giusto spazio nell’impero Bizantino d’Italia che aveva la sua capitale centro – nord in Ravenna, in Reggio e Rossano i due poli più importanti dell’Italia Meridionale. Le perfette miniature vengono raffigurate per intero, occupando una pagina divisa su due registri, per 188 fogli di pergamena tinta color porpora, in cui il Nuovo Testamento raccontato e testimoniato da Matteo e Marco è scritto in lettere d’argento, con 12 grandi miniature, purtroppo mancanti da altre parti. Gli ultimi 10 fogli presentano delle bruciature, mentre la rilegatura è stata eseguita nel XVI secolo; le pagine sono state numerate in nero in periodo moderno, mentre il contenuto odierno non antico, non è completo.
Sono raffigurati gli ultimi episodi della vita pubblica di Cristo rappresentato barbuto e dalla tipica espressione plastica e fissa, proprie del canone artistico bizantino, che faceva degli occhi il mezzo espressivo. Il Codice Rossanese è stato preso come modello per molte opere sparse per l’Italia anche di epoche medievali e rinascimentali. Un Unicum valutato giustamente dall’Unesco, riconosciuto in tutto il mondo e amato dalla città di cui porta il nome.

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