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Chi vive di protesta… Ribelli ma non troppo

di MATTEO LAURIA

schede-elettoraliIl poker dei dissidenti porta dritti all’urna, e salta la proposta di boicottaggio. Niente da fare: vince la sfida tra singoli, la parcellizzazione e, in parte, se vogliamo, la sete di potere.
A Roma, dunque, nessun messaggio. Si andrà regolarmente alle elezioni.
E lo scenario non è dei migliori. È venuto meno ogni proposito di saggezza e di lungimiranza politica. Vince insomma la cultura di chi ritiene di essere provvisto della “bacchetta magica” o di chi pensa di potercela fare da solo. Vedremo il futuro cosa restituirà.
Tutti confermano il dato che Rossano sia una città in totale emergenza e che mai sia caduta così in basso a causa di una prepotenza di Stato inaudita. A fronte di ciò, cosa si sarebbe dovuto verificare? Le proposte in cantiere sono state tante: il boicottaggio dell’urna, un governo di larghe intese, un patto tra i vari candidati a sindaco intorno a punti prioritari e un minimo di convergenza programmatica. Di tutto questo, nulla!
Si è preferito il percorso di sempre: una ridda di candidati, un abbassamento del livello del dibattito politico, un imbarbarimento qualitativo della campagna elettorale. Ad avversare l’idea di una protesta che avrebbe potuto trasmettere un forte segnale a chi governa, proprio coloro i quali si nutrono di protesta.
Si parla di candidati come Flavio Stasi, come Tonino Caracciolo, come Ernesto Rapani (in questo il più coerente) o come Stanislao Acri (M5S).
Soggetti che quando parlano sembra che ce l’abbiano con il mondo intero. Eppure sono quelli che hanno disertato l’ultimo incontro dei proponenti dello sciopero elettorale. Sembrerà strano, ma è proprio così. E, d’altronde, evitare l’urna cosa avrebbe comportato? La mancanza di un organo politico per non più di 15 giorni. Di questo si sta parlando, né più né meno.
Il tutto è presto motivato: il mese di giugno va via con le elezioni, a luglio segue l’insediamento di sindaco e consiglio, in agosto la pausa estiva. Poi in settembre la ripresa delle attività istituzionali. L’iter naturale. Quindi solo adempimenti, nessuna possibilità di esercitare un ruolo politico.
Cosa al contrario si sarebbe verificato se i candidati avessero aderito alla proposta di boicottaggio dell’urna?
Dopo lo stop estivo, sarebbe proseguita l’attività commissariale nei soli primi 15 giorni di settembre in vista della campagna elettorale di novembre, con l’avvio delle procedure elettorali nei 45 giorni antecedenti. Tutto qui. Nessuna eterna vacatio.
È inutile ribadire che si è persa una ghiotta occasione per dire “no” a questo sistema che ha isolato la città da tutto e da tutti. Tra l’altro, la pausa fino a settembre avrebbe consentito un maggiore equilibrio all’interno di tutta la classe dirigente nell’individuare percorsi più apprezzati dagli elettori.
Oggi invece si andrà alle urne nella consapevolezza che l’attuale frammentazione produrrà l’effetto di un sindaco eletto da una minoranza di rossanesi, e la possibilità di avere in consiglio comunale una maggioranza di segno opposto. E questo sì che sarebbe deleterio poiché aprirebbe all’instabilità di governo e al rischio che, a distanza di qualche anno, si dovrà tornare a votare.
In questo contesto, trovano spazio le polemiche da teatrino per nulla appetibili sotto il profilo dei rapporti partiti-corpo elettorale. È nel Pd l’ultima sortita: si polemizza con i vertici per il fatto che i Dem abbiano stretto un’alleanza con un movimento (“Il Coraggio di Cambiare l’Italia”) la cui massima espressione è un esponente di Forza Italia, il Consigliere regionale Giuseppe Graziano.

In un’epoca in cui sono saltati tutti gli ideali per dare spazio ad accordi trasversali mascherati a giustificazione come tutela degli interessi generali, una polemica del genere si riscontra insussistente. Se non nel vano tentativo di colpire una parte avversa politicamente a beneficio di altri candidati.
Rossano è la proiezione del “pasticciaccio” che si consuma altrove: sono saltate le regole, regna la confusione, e non si ha il minimo rispetto di quel corpo elettorale al cui interno si rinvengono ancora tante anime sensibili agli ideali d’un tempo. Ma tanto chi controlla gli statuti dei partiti? Chi verifica le fondamenta per cui un partito nasce o ha origine? Chi si sofferma sulle differenze social o liberal democratiche?
Su tutto questo nessuno vigila. Né si adottano provvedimenti. Si grida allo scandalo solo in campagna elettorale, non tanto per principio ma per speculazione politica. Su altri fronti, invece, è peggio che andar di notte.
E ancora i motori del “fango” sono in fase di riscaldamento.
Con il passare dei giorni, se ne vedranno delle belle. Le responsabilità di un eventuale degrado culturale ricadranno in larga parte su chi ha deciso a tutti i costi di voler andare al voto.

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